martedì 27 gennaio 2009

Il Prc deve ritrovare il suo popolo

da www.aprileonline.info

Intervista al responsabile organizzazione nazionale del Prc Claudio Grassi

Una parte della minoranza che al congresso estivo di Chianciano aveva animato la mozione 2 ha scelto sabato scorso, sempre a Chianciano, di lasciare il partito. Un'altra invece ha optato per restare. Il Prc vive uno momento importante, perde esponenti come Vendola o Giordano, dopo una lunga stagione di alta tensione interna che ha avuto il suo apice con il caso Sansonetti, mentre incombe la crisi economica e si avvicinano le scandenze elettorali. Con Claudio Grassi, responsabile organizzazione, abbiamo commentato questi recenti avvenimenti, cercando di capire quali sfide future attendono il partito e come questo intende rispondere.

Sabato, con un'assemblea a Chianciano, parte della mozione 2 che ha animato il congresso di luglio, con in testa Nichi Vendola, ha scelto di lasciare ufficialmente il partito. Come valuti questa decisione?
Una scissione è sempre una esperienza negativa, avrei preferito che non si realizzasse. Detto questo, non possiamo che prenderne atto.

Coloro che lasciano il partito sostengono che la vostra segreteria ha reso impossibile la loro permanenza perché ha soffocato lo spazio di agibilità politica, cioè li ha di fatto isolati e costretti al silenzio. Come rispondi a questa critica?
E' una accusa che contesto perché non vera, perché smentita dalla realtà. Fin da subito dopo il congresso di Chianciano la prima proposta che abbiamo rivolto, come maggioranza, alla minoranza della mozione 2, è stata quella di partecipare alla segreteria. Un comportamento, il nostro, completamento opposto a quello avuto dal segretario Bertinotti in occasione del precedente congresso. Sempre a Chianciano abbiamo confermato un tesoriere che aveva sottoscritto il secondo documento ed abbiamo eletto un presidente del collegio di garanzia che, anche lui, aveva firmato la seconda mozione. Se vogliamo attenerci ai fatti, quindi, la critica non ha fondamento.

Eppure i vendoliani che lasciano il Prc vi rimproverano di aver cancellato la democrazia interna, il dissenso e la critica verso la maggioranza del partito, citando il caso Sansonetti come emblema del vostro scarso senso democratico...
Il caso Liberazione è stato usato in modo scorretto. Il punto da cui partire per comprendere quanto è accaduto è che la nostra maggioranza si è trovata a rapportarsi non con un giornale di partito critico o autonomo rispetto a questo stesso partito -condizione che non avrebbe creato alcun problema-, bensì con un organo di informazione che all'indomani di un Congresso in cui si decideva di puntare sul rilancio del Prc, proseguiva ad essere il megafono di un progetto politico opposto, cioè quello dello scioglimento del Prc. Questo ci ha spinto a cambiare direzione: non c'è nessun giornale politico che sostiene il contrario di ciò che propone il partito di riferimento.
La questione perciò non ha avuto a che fare con la necessità che un quotidiano partitico dia conto del dibattito interno ad esso, che consideriamo scontata.
Inoltre vorrei ricordare che anche prima della direzione di Sansonetti Liberazione era un organo di informazione autonomo, non è mai stato un megafono passivo e acritico del Prc, ma si confrontava con esso. Greco sarà un direttore fedele a questa ispirazione, cioè indipendente ma in rapporto di confronto col partito.

Come valuti la nuova operazione a cui Vendola e i suoi si apprestano ad impegnarsi?
La proposta politica sostenuta da questi compagni incontra non pochi problemi. Il primo consiste nel dato per cui, come già da settimane abbiamo avuto modo di verificare, una parte significativa della mozione 2 ha deciso di restare. Il secondo risiede nella scarsa omogeneità di prospettive che si ravvisano tra coloro che hanno scelto di uscire: alcuni hanno dichiarato di voler lasciare da subito, mentre altri hanno richiesto più tempo. Per questo la scissione mi sembra una operazione sbriciolata. L'altro elemento di difficoltà sta nel fatto che più si scende verso il basso, raggiungendo i territori, più le dimensioni della scissione si riducono fino a scomparire nei circoli. C'è poi un altro aspetto che mi ha molto colpito in questa discussione dei compagni che lasciano il nostro partito.

Cioè?
Una parte dei vendoliani, per voce di autorevoli rappresentanti, sostiene che se si spaccasse il Pd e D'Alema fosse libero di diventare il nuovo riferimento del partito della sinistra, essa sceglierebbe questa nuova casa come propria. Noi avevamo detto da subito che intravedevamo in questa scissione una svolta a destra e il superamento delle ragioni del Prc: ecco che oggi, di fronte a tali dichiarazioni, possiamo dire che la nostra previsione non era una forzatura politica irrealistica.

Ti riferisci a quanto dichiarato da Rina Gagliardi?
Dalla Gagliardi, ma anche da Gianni e altri ancora. Vorrei specificare che una possibile spaccatura del Pd, con la conseguente nascita di un partito socialdemocratico, è una eventualità che anche io reputo positiva. Ma alcuni esponenti che stanno lasciando il partito fanno di più: la indicano come la loro casa politica, il proprio spazio per fare politica. Ma allora, mi chiedo, perché hanno militato tutti questi anni nel Prc e non nel Pds? Magari dando una mano a fortificare la componente maggiormente di sinistra della socialdemocrazia?
Mi dispiace ma non posso non sottolineare come questi compagni, che hanno sottoscritto la mozione 2 e oggi però lasciano il partito, abbiano giocato di ambiguità: al congresso infatti non hanno apertamente affermato di voler superare il Prc, di voler attuare una scissione. Quando noi sostenevamo che questo era il loro sbocco, ci hanno sempre contestato, affermano che non fosse vero.

I vendoliani che lasciano sostengono che rispetto a luglio, al congresso, lo scenario sociale e politica sono cambiati...
Si, sono cambiati il contesto sociale e politico, ma resta il fatto che si erano impegnati a restare nel Prc...Invece oggi organizzano una scissione cercando di approdare in un partito non comunista. Insomma hanno occultato i veri obiettivi che volevano perseguire.

Tu citavi il comunismo come un vostro riferimento ideologico, mentre affermi che i vendoliani lo vogliano mettere in soffitta. Qual è il comunismo a cui guarda il Prc nel 2009?
Anche su questo consentimi una critica. Il modo con cui i compagni che se ne vanno hanno rappresentato il nostro dibattito in merito al nostro profilo ideologico-culturale è stato scorretto perché lo hanno alterato artificiosamente riducendolo ad un ripiegamento vetero-identitario. E' stato un escamotage per giustificare le loro scelte. L'attuale Prc non vuole rinunciare alla propria identità, perciò mantiene ferma la questione del comunismo, ma sempre col sostantivo della rifondazione, che ci consente di non dimettere lo sguardo critico verso la nostra storia passata per fare tesoro degli errori commessi. Perciò ci siamo chiamati fin dall'inizio Rifondazione comunista.

Quale sono le sfide che attendono il Prc? Su cosa lavorerete?
Il senso di questa Rifondazione, come detto a Chianciano in occasione del congresso, è quello di uscire dalla crisi politica vissuta "in basso a sinistra". La nostra prima aspirazione è ricostruire una connessione sentimentale con il nostro popolo compromessa da due anni di governo. Tornare ad essere attivi e visibili nella società. Da qui nasce un impegno del partito a sostegno dello sciopero del 13 febbraio, da qui nasce l'esigenza di mettere al centro della nostra azione politica la crisi economica e il contrasto alle misure (inadeguate) decise dal governo. Su questi temi staimo cercando di costruire faticosamente iniziative e propaganda. Lavoro, ammortizzatori, precariato, migranti, questione di genere, ambiente: sono questi i cardini della nostra azione.

Già la questione di genere. Anche questa è entrata nella polemica sul caso Sansonetti: la minoranza vi criticava accusandovi di voler azzerare quella direzione che più di tutte aveva aperto il giornale alle tematiche di genere, alle rivendicazioni femministe...
Cosa che non abbiamo intenzione di fare perché restano un tema centrale della nostra prospettiva politica, anche e soprattutto in un contesto di crisi economica: le lavoratrici sono quelle che più pagano la crisi e le misure che si vorrebbero attuare per uscirne. Penso alla proposta del governo sulla crescita dell'età pensionabile delle donne.

Dal punto di vista pratico cosa sta facendo il Prc?
Sta rimettendo in piedi la macchina organizzativa: il giornale, perché esca dalla crisi, e poi il rilancio del tesseramento.

Un ultima domanda non può che riguardare l'appuntamento elettorale di giugno. La vostra linea, vincente al congresso di Chianciano, punta sulla corsa in solitaria alle europee di Rifondazione. Ma se dovesse arrivare una riforma del sistema di voto con uno sbarramento del 4%, rivedrete le vostre posizioni, magari accogliendo la proposta che viene da più parti di un cartello elettorale per evitare una polverizzazione della sinistra?
Il cartello elettorale è una ipotesi che ha già fallito ad aprile scorso. In nome di una emergenza, come appunto lo sbarramento alle europee, non si può pensare di incassare voti con un assemblaggio indistinto, perchè saremo nuovamente puniti dagli elettorai. Col cartello elettorale si creerebbe un serraglio di formazioni che pur correndo insieme, poi siederebbero in Europa in gruppi parlamentari diversi: Sd con il Pse, il Prc con il Gue e via di seguito. Come potrebbero allora votarci gli elettori? Non saremmo credibili ai loro occhi.
Questo però non vuol dire non essere interessati all'unità della sinistra.
Si deve lottare contro lo sbarramento e la riforma elettorale, poi qualora fosse attuata e con uno sbarramento alto, il Prc comunque si presenterebbe con il proprio simbolo e la propria lista, ma aprendola alle altre forze che con Rifondazione condividono lo stesso gruppo di adesione europeo e le istanze programmatiche. Il Prc è aperto alle forze comuniste.

Tu parli del Pdci, che però con il segretario Diliberto vi chiede una riunificazione. Che ne pensi di questa ricomposizione fra i due partiti comunisti?
Le ricompattazioni non si attuano perché ci sono le elezioni, ma si fanno partendo dalla lotta comune nei territori: circostanza che se avviene non può che rendermi felice. In una competizione elettorale si possono invece trovare intese elettorali, che nel nostro caso si fondano sulla possibilità di aprire le liste del Prc.

martedì 20 gennaio 2009

Elezioni per il governo dell'Assia - La Linke al 5,4 %


I cristiano-democratici (Cdu) della cancelliera Angela Merkel si confermano il primo partito e ricevono una spinta notevole in vista delle elezioni nazionali, tra otto mesi. Soprattutto, i liberali di Guido Westerwelle e i Verdi di Cen Özdemir ottengono rispettivamente il 16 e il 14% dei voti: per ambedue i partiti si tratta di un balzo di oltre il 6%. Con il 5,4% la Linke di Oskar Lafontaine supera di lo sbarramento elettorale del 5% e conferma un trend in crescita anche in un Land storicamente difficile per la sinistra.
Per la Spd il 23,8%, il peggior risultato ottenuto in Assia dal dopoguerra.

Dal messaggio di fine anno del 31 dicembre 1981 - Sandro Pertini


....SIAMO PREOCCUPATI DI QUANTO STA AVVENENDO NEL MEDIO ORIENTE. UN FOCOLAIO DI GUERRA E' ACCESO. L' IRAK E L' IRAN SI COMBATTONO IN UNA GUERRA STOLTA E FOLLE. ISRAELE HA OCCUPATO ED OCCUPA TERRITORI ALTRUI. ORA IO QUESTO VORREI DIRE AL POPOLO DI ISRAELE. SIAMO SEMPRE STATI AL SUO FIANCO, AL FIANCO DEGLI EBREI QUANDO ERANO PERSEGUITATI; MA GLI EBREI NON SONO STATI PERSEGUITATI, PRIMA DI AVERE UNO STATO, NELL' ORIENTE, DAGLI ARABI. SONO STATI PERSEGUITATI IN EUROPA, DAGLI EUROPEI. E FINALMENTE, POI, DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE, EBBERO UN TERRITORIO ED UNA PATRIA. E QUINDI ANCHE UN TERRITORIO ED UNA PATRIA, A MIO AVVISO, DEVONO AVERE I PALESTINESI, ALTRIMENTI NON VI SARA' MAI PACE NEL MEDIO ORIENTE. E ABBIAMO RAGIONE DI PREOCCUPARCENE, PERCHE' DA UN PICCOLO INCENDIO PUO' DERIVARE UN PIU' VASTO INCENDIO, E DAI CONFLITTI CHE SI SVOLGONO NEL MEDIO ORIENTE POTREBBE DOMANI ACCENDERSI QUELLA CHE E' LA TERZA GUERRA MONDIALE. SAREBBE LA FINE DELL' UMANITA'...

giovedì 8 gennaio 2009

Presidio - ore 18 piazza Nettuno - Tacciano le armi a Gaza e in tutto il Medioriente

Gaza, sindacati e associazioni in piazza per chiedere che tacciano le armi

E’ previsto oggi alle ore 18 in piazza Nettuno, il presidio organizzato da Cgil, Cisl e Uil per chiedere che “tacciano le armi a Gaza e in tutto il Medioriente”. “Gaza e la sua popolazione - sostengono i sindacati bolognesi - stanno ora subendo una rappresaglia di violenza inaudita e del tutto sproporzionata, in una terra in cui il diritto internazionale e il diritto umanitario sono stati permanentemente violati, in cui la popolazione è stata sottoposta a una brutale punizione collettiva, e dove bombardamenti e azioni militari stanno causando un numero altissimo di vittime civili, tra le quali molti bambini. La comunità internazionale non può assistere impotente a una sorta di soluzione finale della questione palestinese. Per questo chiediamo a tutti coloro che condividono questo obiettivo e la grave preoccupazione per quanto sta avvenendo, di mobilitarsi partecipando all’iniziativa”.

Al presidio in piazza Nettuno sarà presente anche il sindaco Sergio Cofferati, che prenderà la parola insieme al segretario bolognese della Cisl Alessandro Alberani. All’iniziativa hanno aderito Arci, Acli, Anpi, Emergency Bologna, Centro di cultura islamica, Don Giovanni Nicolini, Auser Bologna, Rete Lilliput Bologna, Nexus Emilia Romagna, Iscos Emilia Romagna, Gvc, Arcimondo, Spazio Studentesco, Donne in Nero, Sinistra Democratica, Il Cantiere, Verdi, Partito Democratico, Partito Socialista, Partito Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista.

giovedì 1 gennaio 2009

Alcune considerazioni sulla questione palestinese


Le drammatiche notizie che ci giungono in queste ore da Gaza, oltre a provocare in noi militanti di sinistra indignazione, preoccupazione, angoscia e rabbia, ci portano spesso degli interrogativi, dalle risposte non sempre facili.


E la domanda non è “ di chi è la colpa ? “, qui c'è poco da discutere. Le responsabilità, non solo in quest'ultima carneficina sono chiare, palesi. Israele e le sue politiche hanno responsabilità inequivocabili. Come tante responsabilità hanno tutti gli Stati dell'occidente che nei decenni hanno appoggiato, avallato, spinto o semplicemente non contrastato le politiche di occupazione violenta di Israele. Per non parlare della sistematica violazione delle risoluzioni dell'Onu da parte di Israele nel silenzio delle stesse Nazioni Unite.


L'impossibilità dell'equidistanza tra Israele e Palestina, cioè quindi tra oppressore feroce e oppresso è ( o meglio dovrebbe essere ) quindi patrimonio e punto fondante per una sinistra coerente, ma la domanda dalla risposta più difficile rimane quella sul rapporto del movimento internazionale di solidarietà con la Palestina nei confronti di Hamas. Ovviamente, partendo da una considerazione fondamentale e cioè che ogni popolo ha il diritto di scegliersi il proprio governo. Quindi, nei considerare la questione palestinese oggi, non possiamo non legittimare il governo che i palestinesi stessi si sono dati nelle ultime elezioni.

E la domanda non è neanche quella di chiedersi se sia giusto per un popolo oppresso e sotto occupazione armata resistere nei modi che ritiene opportuni, fa anche questo parte del suo diritto.

La vera domanda è se in Hamas e quindi nel fondamentalismo islamico si possa trovare la soluzione alla drammatica situazione del popolo palestinese.


La mole di fuoco piombata su Gaza non ha giustificazione, ciò che sta emergendo da settori della destra italiana ad esempio, per giustificare questa nuova guerra da parte di Israele è a dir poco agghiacciante. E' quanto mai urgente una forte mobilitazione contro queste violenze inaudite, contro questi attacchi dalla ferocia difficilmente eguagliabile. La nostra solidarietà al popolo palestinese deve arrivare in maniera chiara e forte. Ma questa solidarietà, deve essere innanzitutto indirizzata nei confronti del popolo palestinese.


In un ottica di campi contrapposti – imperialismo Usa-Israele e stati che oggettivamente assumono una funzione antimperialista – viene spontaneo ad alcuni settori della sinistra di “ schierarsi “, nello scacchiere mediorientale con Hamas, con Hezbollah in Libano, con la variegata resistenza irachena ecc. Ma sarebbe sbagliato, semplificare e schematizzare. Si può da comunisti ad esempio, appoggiare acriticamente Hezbollah sapendo che ha decimato il partito comunista libanese ? Si può appoggiare contemporaneamente la resistenza baathista e laica irachena in parte legata alla figura di Saddam Hussein e contemporaneamente appoggiare l'Iran di Ahmadinejād ? Con troppa faciloneria, si rischia di giocare, dai salotti di casa nostra ad un macabro Risiko, dove il nemico del mio nemico è sempre e comunque mio amico.

La situazione è purtroppo, tanto più complessa e tanto più drammatica. Tanto più che non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio processo rivoluzionario come è in atto in America Latina, dove è molto più facile individuare l'interlocutore.


E' evidente, che le difficoltà ( dovute ad elementi però non solo soggettivi ) di una sinistra laica, progressista e radicata nel mondo arabo abbiano favorito da un lato Israele e le sue pulsioni più violente e feroci, dall'altro le organizzazioni fondamentaliste islamiche : non è un caso, che questi aspetti si sono spesso intrecciati.

Dal finire degli anni settanta, con una forte escalation negli anni ottanta, le varie organizzazioni islamiste a vario livello, furono finanziate dai governi e dalle autorità militari israeliane*, in funzione anti-Fatah proprio per bloccare il processo che avrebbe potuto portare se non alla creazione di uno stato palestinese almeno a condizioni migliori di quelle attuali per i palestinesi.

In quel periodo, mentre l'offensiva nei confronti di Fatah si faceva durissima e la corruzione di quest'ultima raggiungeva livelli inaccettabili, fiorivano le strutture legate al mondo islamista ( nella sola Gaza nel 1992 le moschee diventano oltre 600 ). I contributi economici che Hamas riceveva in vario modo ( più o meno direttamente dal governo israeliano, nonché dai contributi dell'allora parte più agiata dei palestinesi che versava regolarmente quote all'organizzazione musulmana ), si sono trasformati in welfare diffuso : ospedali, scuole e tutto quello che concretamente conduce ad un reale radicamento tra il popolo.

La caduta del muro, il crollo dell'Urss di certo non aiutarono le organizzazioni ed i partiti progressisti e laici, in qualche modo legati al movimento comunista e progressista internazionale, avallando ancor di più la tesi che la “ prospettiva islamica “ era l'unica percorribile per il martoriato popolo palestinese.


Il rafforzamento di Hamas ( dalla storia sempre molto contraddittoria : nel '91 ad esempio, l'organizzazione islamica fu molto timida nel condannare la prima guerra del Golfo, cosa che fecero senza esitazione sia Fatah che Arafat), ebbe come conseguenza il rafforzamento di una destra ancora più feroce in Israele, che è riuscita ormai a permeare anche settori più moderati della politica e della cultura israeliana.

Da quel momento, i rispettivi rafforzamenti si “ tengono “ : più violenza da parte di Israele, più si rafforza Hamas e se questa cresce, cresce ancor di più la violenza israeliana.

Hamas, oggettivamente finisce per essere “strumento” del governo israeliano. Non si può non vedere questo drammatico aspetto. In questi tristissimi giorni, questo “ indiretto ” legame tra Hamas e Israele è molto evidente.

Ora più che mai la guerra appare come uno strumento che favorisce le posizioni più violente, fasciste ( per dirla come Mohammed Nafa'h, segretario del partito comunista israeliano ) della destra e di quasi tutto il mondo politico israeliano : il dramma è che si sta facendo una vera e propria campagna elettorale massacrando centinaia di persone nel silenzio, quando non nell'appoggio della comunità internazionale


Oggi però, davanti un tale massacro le organizzazioni e i partiti attivi nella resistenza a questa ennesima e vile aggressione devono giustamente collaborare, non possono fare altro : le spaccature sarebbero dannose per tutti. Fa benissimo quindi il FPLP ( Fronte Popolare per la liberazione della Palestina ) a farsi promotore in questi giorni di manifestazioni e raduni unitari**, facendo da “ cerniera “ tra Fatah e Hamas. Ma fa altrettanto bene nel cercare di risollevarsi, nel cercare di creare le condizioni affinchè rinasca una sinistra laica e progressista.


Il nostro compito ora deve consistere nel condannare il genocidio in atto a Gaza, condannare quei comportamenti che da anni provocano nei palestinesi inaccettabili sofferenze. Oggi, come ieri e come domani, è necessario stare al fianco del popolo palestinese, della sua eroica resistenza, della sua causa, impegnandoci, indignandoci, mobilitandoci.

Ma sapendo che difficilmente, senza la rinascita in Palestina di una sinistra forte, maggioritaria , realmente progressista e quindi laica si potrà a breve trovare una vera soluzione alla “questione palestinese “.




Giuseppe Quaranta

segreteria PRC-SE federazione di Bologna



note:


*vedi “ Una guerra empia “ e “ L'Alleanza contro Babilionia “ (Eleuthera ed.) di John K. Cooley ;


“ Koteret Rashit (ottobre 1987 ) settimanale israeliano

** intervista a Khalida Jarrar deputata del FPLP al consiglio legislativo da Il Manifesto del 31/12/08 ;


Per un quadro completo della questione palestinese e della storia della sinistra in Palestina “ PALESTINA 1881-2006. di Fabio De Leonardis (Ed. La città del Sole) “







11 Settembre 1973

Tutti a Roma !

Tutti a Roma !

VII Congresso Prc

Al prossimo congresso del Prc sosterrò il documento 3 :
" Dall’appello di Firenze alla mozione dei 100 Circoli :

RIFONDARE UN PARTITO COMUNISTA
PER RILANCIARE LA SINISTRA,
L’OPPOSIZIONE E IL CONFLITTO SOCIALE
"


http://www.appelloprc.org/