VII Congresso Prc

Al prossimo congresso del Prc sosterrò il documento 3 :
" Dall’appello di Firenze alla mozione dei 100 Circoli :

RIFONDARE UN PARTITO COMUNISTA
PER RILANCIARE LA SINISTRA,
L’OPPOSIZIONE E IL CONFLITTO SOCIALE
"


http://www.appelloprc.org/

giovedì 29 maggio 2008




lunedì 26 maggio 2008

Incontro con delegazione del Vänsterpartiet - Partito della Sinistra ( Svezia )


Sabato 24, a Bologna, nella sede del circolo del Prc del Centro Storico, abbiamo incontrato la compagna Christina Larsen, segretaria regionale del Vänsterpartiet, Partito della Sinistra ( Svezia ), in visita in Italia con una delegazione più ampia ( comprendente anche i socialdemocratici ) per studiare il nostro sistema sanitario regionale, in vista di una grossa ristrutturazione della loro sanità in senso maggiormente pubblico ( al contrario delle pulsioni privatistiche italiane ). All'incontro ha partecipato anche il compagno del partito socialdemocratico Stefan Dalin, che è inutile sottolinearlo, difficilmente potrebbe sostenere le posizioni moderate dei rappresentanti del Pse in Italia. Molte le domande su Rifondazione e più in generale sulla sinistra italiana, sul PCI - più presente nella loro memoria che nella nostra - e sul nostro prossimo congresso. E'emersa come differenza principale tra il Prc e il Vänsterpartiet il fatto che in buona sostanza, il programma politico e la base culturale-ideologica del partito della sinistra svedese sono decisamente più "comunisti" e radicali del nostro. Rifondazione mantiene, a differenza loro però, il nome e la simbologia comunista ( non si sa ancora per quanto tempo... ! ).

Il Vänsterpartiet alle elezioni del 2006, vinte di misura dai moderati, ha ottenuto il 5,8%. La discussione, molto interessante , ha toccato poi tanti altri temi, principalmente sulla storia e sulle prospettive della sinistra in Italia. Si è parlato del sistema cooperativo, del radicamento nella nostra regione del PCI prima e dei Ds-Pd poi. Una curiosità : al contrario di Craxi (i compagni svedesi erano molto informati sulla sua storia ), l'ex ministro degli esteri D'Alema gli era pressochè sconosciuto. Ma rimane Berlusconi il personaggio di cui si "parla" di più anche nella nordica Scandinavia.

Il nostro piacevole incontro si è concluso con l'auspicio di una nostra visita in Svezia.

sabato 24 maggio 2008


venerdì 23 maggio 2008

Elezioni dell’11 maggio 2008: la Serbia resiste




Elezioni dell’11 maggio 2008: la Serbia resiste

Si va verso un governo di unità nazionale dei partiti non asserviti agli interessi stranieri dell’occidente.

Risultati

Secondo i dati della Commissione elettorale della Repubblica di Serbia questi sono i risultati finali delle elezioni tenute l’11 maggio:

la lista “Per una Serbia europea” di B. Tadic ha ottenuto il 38,44 per cento dei voti, ovvero 102 seggi;
il Partito Radicale Serbo il 29,36 per cento dei voti, ovvero 78 seggi;
la lista “Partito Democratico di Serbia - Nuova Serbia” di V. Kostunica ha ottenuto l’11,59 per cento, ovvero 30 seggi;
il Partito Socialista di Serbia - Partito dei pensionati uniti di Serbia - Serbia Unita il 7,60 per cento dei voti, ovvero 20 seggi;
il Partito Liberal democratico di Cedomir Jovanovic 5,24 per cento, ovvero 13 seggi.

I partiti delle minoranze :

la “Coalizione ungherese” di I. Pastor ha avuto 1,83 per cento, ovvero quattro seggi;
la “Lista dei bosniaci per il Sangiaccato europeo” di S. Ugljanin ha ottenuto 0,92 per cento, ovvero due seggi;
la “Coalizione degli albanesi della Valle di Presevo” lo 0,39 per cento ovvero un seggio.
Alle elezioni hanno votato 4.098.318 elettori ovvero il 60,97 per cento.

Nonostante: 17 anni di embarghi e sanzioni, 4 guerre, una criminale aggressione con 78 giorni di criminali bombardamenti su fabbriche, scuole, ospedali, ponti, infrastrutture civili che hanno causato migliaia di civili uccisi (di cui il 30% bambini e donne); con il 20% del suo territorio occupato militarmente dalla Nato e Kfor, ed oggi dato in gestione ai leader terroristi e criminali dell’UCK, nel cosiddetto stato del Kosovo indipendente, illegale e fuori dal Diritto Internazionale.

Nonostante: una campagna elettorale basata su minacce da parte del Tribunale dell’Aja per la mancata consegna del generale Mladic e dell’ex presidente della Bosnia serba Karazdic; una prospettiva di scenari futuri drammatici se non si aderiva comunque alla UE ed alle politiche occidentali, compresa la Nato; le promesse da “Disneyland” di lavoro, salari, servizi, ad una popolazione stanca, immiserita, affamata, umiliata (l’ultima è stata la “favola” di un accordo tra la Fiat e la Zastava, dove ci sarebbero 700 milioni di euro in investimenti, lavoro per decenni, ristrutturazioni, sviluppo…soldi per tutti insomma…) con il piccolo particolare della scelta da parte dei serbi di una politica “europeista” ( leggere: di accettazione e interna agli interessi occidentali).

Accordo stipulato (guarda caso che coincidenza…) ad una settimana dalle più importanti elezioni della storia della Serbia, in cui si doveva scegliere tra un futuro di asservimento totale economico, politico, militare e culturale all’occidente ed una prospettiva fondata su un interesse nazionale di indipendenza e libera scelta. Sorgerebbe una banale domanda per questi signori: dov’erano in questi nove anni di devastazioni sociali dei servizi, svendite vergognose dei beni pubblici, di liberalizzazioni selvagge, di vera e propria rapina del patrimonio statale, di affamamento vero e proprio dei ceti popolari (un solo dato su tutti: la Zastava è passata in questi nove anni da 36.000 lavoratori agli attuali 3.500, oltre 32.000 famiglie sul lastrico. Nessuno ci ha fatto caso…fino a sette giorni da queste elezioni. Che anime candite questi politici “europeisti”!).

Tutto questo lavoro di bombardamento psicologico è stato fatto attraverso una campagna di migliaia di ore e di pagine dei media serbi finanziati dall’occidente, più quelli europei.

Nonostante tutto questo (che, in questi ultimi quindici anni, nel resto dei paesi dell’est Europa aveva funzionato), in Serbia gli è andata male!

Il popolo serbo resiste nel Kosovo occupato, con proteste e resistenza quotidiane, nelle enclavi assediate dalla Nato e dai terroristi ex Uck.
Il popolo serbo resiste e respinge ancora una volta i bocconi avvelenati dei partiti filo occidentali, finanziati e guidati dagli interessi stranieri del governo.
I fautori del liberismo selvaggio, della Nato, delle politiche di privatizzazioni dispiegate, sia a Belgrado che nelle capitali occidentali, coalizzati nel blocco elettorale “Per una Serbia europea” di B. Tadic, hanno cantato vittoria troppo presto.

Con questi risultati la formazione del governo è per loro impossibile. Con un patetico e penoso dietrofront, a poche ore dai risultati che li vedevano perdenti, questi Quisling serbi al servizio degli interessi stranieri, questi esponenti della borghesia “compradora” serba, attraverso il loro leader B. Tadic, hanno fatto dichiarazioni di apertura e di apprezzamento, in conferenze stampa ed in TV, verso il Partito Socialista Serbo sottolineandone il successo ed il riconoscimento dei risultati.

Questo, sperando che il PSS abbandonasse e svendesse gli obiettivi ed il programma elettorale dichiarati ed andasse ad una alleanza con essi. Proprio loro che avevano venduto la vita del Presidente Slobodan Milosevic, consegnato all’Aja e poi lì ammazzato, per un pugno di dollari ed un potere effimero e corrotto, che ha prodotto per il popolo serbo miseria, disoccupazione, devastazioni sociali ed umane, umiliazioni, svendita della provincia del Kosovo alla Nato ed una politica statale alla mercé dell’interesse straniero, rinnegando l’interesse nazionale.

Il PSS, dopo anni in cui, tra persecuzioni, difficoltà, scissioni, pesanti contraddizioni interne era sull’orlo dell’estinzione materiale, in queste elezioni ha invece ottenuto quasi l’8% e 20 seggi; fondando la sua campagna elettorale sulla difesa dell’interesse nazionale sopra di tutto, della sovranità e integrità nazionali e della giustizia sociale, del lavoro, della sanità e delle pensioni.

Nella prima conferenza stampa subito dopo gli esiti elettorali, il giovane segretario e primo eletto del Partito, I. Dacic, ha dato la risposta più chiara e simbolica, dichiarando l’incompatibilità di un qualsiasi tipo di accordo di governo con chi nega o ha negato gli interessi statali e nazionali della Serbia e del popolo serbo, ed una politica fondata sulla giustizia sociale; ritenendo che occorra, al contrario, un governo basato su un blocco di partiti che hanno nella difesa degli interessi della Serbia, l’obiettivo primario. Per questo il Partito Socialista Serbo, ritiene che solo la proposta di un governo di unità nazionale, con il Partito Democratico di Serbia di Kostunica ed il Partito Radicale Serbo, oltre a formazioni minori, possa essere l’unico sbocco possibile per la difficilissima situazione della Serbia e del suo popolo, e solo a questa prospettiva il PSS intende collaborare.

Egli ha anche confermato che nelle riunioni tripartito di questi giorni, sia il PRS che il PDS hanno accettato i principi di giustizia sociale su cui il PSS non intende trascendere.

Anche se, va detto in queste ore vi è un serrato e forte confronto interno al Partito, dove una componente moderata e filoeuropeista (personaggi legati agli investimenti europei…quindi manipolabili dalle potentissime pressioni e ricatti che l’occidente sta attuando, per non perdere una situazione che riaprirebbe tutti gli scenari geopolitica e strategici, dai Balcani fino alla Russia ed alla Cina). Vedremo nei prossimi giorni come va a finire.

Sulla stampa serba e internazionale ha fatto incuriosire il suo viaggio post elettorale in Russia dove c’è stato un incontro ufficiale con S. Miranov, Presidente del Partito Russia Giusta alleato di Putin, ma Dacic non ha voluto spiegare il motivo del viaggio.

L’aspetto simbolico di tutto, era che tutto questo veniva dichiarato in TV da Dacic, quasi una rivincita della storia, con alle spalle una gigantesca immagine del Presidente Slobodan Milosevic. Come a significare che, anche in mezzo alle tempeste ed ai rivolgimenti della storia, chi non perde la bussola dell’orientamento e le radici, e non rinnega la propria identità, può avere un futuro.

Scenari per un nuovo governo

In questi giorni i tre portavoce dei partiti PRS, PDS e PSS, Pop Lazlic, Mladenovic e Ruzic, hanno annunciato che stanno lavorando alla proposta di un accordo per un “blocco di difesa della Serbia”, con le proposte e gli obiettivi di fondo per un nuovo Governo serbo patriottico, che possa essere un segnale positivo e una nuova speranza per un futuro migliore per la Serbia ed il popolo serbo.

Secondo le indiscrezioni ufficiose, Primo ministro sarebbe V. Kostunica, vice Premier sarebbe il socialista I. Dacic, Presidente del Parlamento serbo sarebbe T. Nikolic del PRS.

L’alternativa è quella di un ritorno a nuove elezioni.

La vice Presidente dei Radicali Serbi, Gordana Pop Lazic, ha dichiarato che “Ci sono grandi possibilità che la maggioranza in Parlamento sarà formata dai tre partiti indicati, perché non esistono grandi ostacoli o differenze sostanziali di obiettivi”. Il Segretario Generale dei Radicali, A. Vucic, probabile futuro Sindaco di Belgrado, ha anche ammonito in conferenza stampa la coalizione di Tadic “Di non usare mezzi violenti o provocatori per creare caos e disordini. Essi possono opporsi e protestare quanto vogliono, ma saranno tollerate solo proteste civili e pacifiche. Neanche per un secondo possono pensare di provocare incidenti di piazza, danneggiamenti, violenze fisiche contro alcunché, come essi fecero già una volta” riferendosi agli assalti al Parlamento del 2000, ed al colpo di stato, guidato dalla CIA e messo in atto dalla cosiddetta Opposizione Democratica della DOS, il 5 ottobre 2000. “Stavolta non gli sarà permesso e ci appelliamo a loro di non provocare caos nel qual caso sapremo come proteggere la volontà popolare e degli elettori”, ha aggiunto.

Mentre il portavoce dei Democratici Serbi di Kostunica, Andreja Mladenovic, ha dichiarato che “Ci sono forti intendimenti tra i tre Partiti, circa la formazione di un nuovo Governo, fondato su una politica nazionale per la difesa degli interessi nazionali della Serbia e del popolo serbo”, aggiungendo che anche la “Lista dei bosniaci per il Sangiaccato europeo di S. Ugljanin” con i suoi due seggi è disponibile ad entrare in questo accordo governativo; oltre ad alcuni altri rappresentanti non indicati, che sono disponibili. Kostunica, l’ex Premier ha aggiunto: “Inutile che Tadic sbraiti circa i suoi 102 seggi risultato della somma di 5 partiti, è indiscutibile in una democrazia che più di 126 seggi sono una maggioranza legittimata a governare. La Serbia avrà un legittimo Governo formato con più di 126 seggi (certi sono già 130), non vi sono altre strade”, ha dichiarato all’Agenzia Tanjug.

I cinque principi fondamentali per una nuova Coalizione di governo

Negli incontri finora fatti i tre partiti hanno stabilito i cinque primari obiettivi, per la formazione di un futuro programma di governo del paese.

1) Il primo è la difesa degli obblighi Costituzionali serbi, da parte di tutte le istanze istituzionali a qualsiasi livello, un Governo della Serbia, prima di qualsiasi altra cosa deve proteggere e difendere la sovranità e l’integrità territoriale del paese. La difesa del Kosovo Metohija come parte della Serbia, così come il Governo serbo deve anche difendere la Repubblica Serba di Bosnia, sulla base degli Accordi di Dayton, dei quali la Serbia è parte garante.
2) Il secondo obiettivo del Governo di unità nazionale è un forte impegno per una ripresa economica del paese, attraverso anche decisi investimenti sociali, dalla costruzione di autostrade per favorire il traffico internazionale, la costruzione dei gasdotti come negli accordi con la Federazione Russa, i Corridoi 10 e 7, nuove centrali idroelettriche, verso l’agricoltura, favorendo così uno sviluppo economico che significa nuovi posti di lavoro ed un incremento dell’economia dello stato.
3) Il terzo obiettivo di questo Governo è privilegiare e realizzare risultati concreti circa la giustizia sociale, che significa anche cambiare leggi attuali che riguardano, per esempio, pensioni e sanità, per favorire uno stato sociale più giusto. Garantendo cure gratuite per tutti i cittadini, un incremento delle pensioni, salari legati al costo della vita ed un nuovo Patto del Lavoro che deve garantire maggiormente i lavoratori nei loro diritti e nei loro salari.
4) Il quarto obiettivo di questo Governo, è che la Serbia insieme alla sua parte del Kosovo Metohija, e solo con la provincia kosovara integrata allo stato serbo, intende continuare la prospettiva dell’integrazione europea ed armonizzare le proprie legislazioni con quelle della Unione Europea.
5) Il quinto obiettivo è quello di intraprendere una profonda e risoluta battaglia contro tutte le forme di corruzione e criminalità, come forma di ricostruzione morale e sociale del paese.

Penso sia inutile dire che chiunque, al di là degli orientamenti politico ideologici, abbia come obiettivo gli interessi generali di qualsiasi popolo, non possa non sperare che questo processo vada a buon fine, perlomeno come estremo tentativo di impedire che l’avvoltoio imperialista e liberista, inghiotta anche la Serbia, la sua indipendenza, la sua sovranità, la sua identità e quindi la sua libertà. Il popolo serbo per questa ostinata dignità e coscienza nazionale, ha pagato e continua a pagare prezzi durissimi, spaventosi (e chiunque è stato nella ex Jugoslavia in questi ultimi 15 anni ha visto con i suoi occhi, quali sono i prezzi per la gente comune, di resistere ai becchini dei popoli…); eppure dà ancora segni di vita, con un ennesimo colpo di coda, ha spiazzato tutte le previsioni occidentali e dei suoi agenti locali, che li davano trionfatori delle elezioni…per l’Europa.

Ancora per una volta le forze patriottiche, progressiste, vere democratiche tentano di impedire la disfatta politica, sociale, culturale e umana del proprio popolo; un popolo che con questi voti chiede a questi leader di essere all’altezza del mandato storico, con una coalizione fondata non su interessi di partito, ma su interessi di uno stato nazionale indipendente e sovrano, che risponda all’interesse del proprio popolo e non all’interesse della NATO, del FMI, dell’UE, del libero mercato o degli appetiti imperialisti. Sicuramente è un impresa improba e storica, che potrebbe anche non andare in porto, stante gli interessi strategici in gioco, nei prossimi giorni vedremo; ma, comunque vada, ad essa va tutta la solidarietà e sostegno di chiunque, in qualsiasi angolo del mondo, alza la testa e dice NO al liberismo, all’ingiustizia sociale, all’imperialismo e chiede solo di poter essere padrone e libero di scegliere il proprio destino.

21 maggio 2008

Enrico Vigna – Portavoce del Forum Belgrado Italia

giovedì 22 maggio 2008

Partito comunista e unità della sinistra - di Gianluigi Pegolo

Vi è un punto, nel nostro dibattito congressuale, che merita un approfondimento. Mi riferisco alla natura del soggetto che ci si propone di costruire per uscire dal guado in cui ci si è cacciati, dopo la disastrosa sconfitta elettorale. Al di là delle diversità che pure emergono nelle interviste a Vendola e a Ferrero, in esse si coglie un approccio comune. In entrambe le posizioni, infatti, la soluzione ai nostri problemi viene cercata nella costruzione di un nuovo soggetto della sinistra. Nell'un caso, si allude - mi pare evidente - ad una formazione che supera definitivamente Rifondazione Comunista, nell'altro si prospetta una struttura reticolare su base federale. Ora, ciò che proprio non convince in queste proposte è la riproposizione di un'impostazione che ci ha condotti al disastro. E, a tale riguardo, non può sfuggire il paradosso di posizioni in cui, da un lato, si riconosce autocriticamente il fallimento dell'Arcobaleno come proposta elettorale e, dall'altro, lo si ripropone come proposta politica. Per questo occorre fare chiarezza. La sconfitta elettorale è la conseguenza diretta della scelta di dar vita ad un nuovo soggetto politico e la ragione sta nel suo carattere ibrido e contraddittorio. Chi può ragionevolmente pensare che una nuova versione dell'Arcobaleno eviterà questi rischi? E ancora, come si può proporla se una parte delle forze che diedero vita a quell'esperienza infausta si sono ritirate e altre sono in dissolvimento? Queste sono le ragioni banali per cui le riformulazioni della proposta del soggetto unitario e plurale non sono credibili. Esse possono condurre alla costruzione di soggetti moderati, nella prospettiva probabile di un successivo assorbimento nel Pd, o a forme ibride destinate ad evaporare alla prima stretta politica.Significa questo che il tema dell'unità a sinistra va derubricato? No, ma che va declinato secondo l'unica formula che garantisce il massimo di efficacia e cioè la convergenza su progetti, iniziative e obiettivi politici di una pluralità di forze che conservano la loro piena autonomia. Il concetto che meglio si approssima a questa idea è quello dell'unità d'azione, mentre tutte quelle soluzioni organizzativistiche che riducono l'autonomia delle singole forze (dal partito unico, al patto federativo, o via dicendo), finiscono inevitabilmente per seguire la logica nefasta e perdente dei contenitori che si reggono sul principio del minimo comun denominatore. Il punto, tuttavia, è che anche riprecisando in questo modo l'unità della sinistra non si dà risposta alla questione principale e cioè al modo con cui si può innervare la sinistra, per darle un profilo avanzato. E qui non se ne esce: o in campo vi è un soggetto forte, che assume il conflitto di classe come centro della propria attività e l'anticapitalismo come orizzonte, o viene a mancare quella sollecitazione al cambiamento che può imprimere all'intera sinistra la spinta fondamentale per reggere una fase non breve di opposizione. E' per questo che occorre un forza comunista, e ciò vale a maggior misura in un paese come l'Italia in cui tale presenza ha una sua plausibilità poltica, sociale e culturale.Paradossalmente alcuni compagni, di fronte alla proposta di impegnare Rifondazione nella costruzione di un grande partito comunista, si ritraggono, quando addirittura non considerano questa proposta come alternativa all'ispirazione originaria del nostro partito. Per dirla in breve: un partito comunista rifondato sarebbe in contraddizione con la rifondazione comunista e con la stessa idea di unità della sinistra. Temo che dietro queste asserzioni vi sia il lascito di quella devastante opera di liquidazione della cultura politica del partito portata avanti in questi anni, in modo particolare da Bertinotti, che in nome di un "nuovismo" declinato impropriamente come "innovazione" ha condotto a teorizzare la necessità di un soggetto politico indeterminato, dagli eclettici riferimenti sociali, e dalla debole cultura politica. L'Arcobaleno è figlio di questa deriva. Che il comunismo, poi, si riduca a semplice tendenza culturale non è strano, era pienamente iscritto nel percorso che purtroppo molti compagni, oggi giustamente critici, hanno a suo tempo condiviso. E, invece, la costruzione di un partito comunista resta la missione originaria di Rifondazione Comunista che oggi va ripresa. Alcuni temono che questa proposta ricada nei vizi di un approccio tutto identitario, che in realtà non basti una falce e martello e un po' di gente che si aggrega. Hanno ragione. Non bastano, occorre che si attivi un processo sociale, che non ci si limiti a fusioni organizzative, che si delinei un progetto. Dirò di più, occorre che si parta da una esplicita autocritica delle forze comuniste, a partire dal nostro partito, che metta in discussione le inclinazioni governiste, la preminenza data alla manovra tattica, il disimpegno dalla costruzione di un autentico radicamento sociale. Un partito comunista passa oggi più di ieri per una radicale svolta nella linea e nelle pratiche. Ma il problema resta: vogliamo impegnare il nostro partito in questa operazione o spostiamo il centro della nostra iniziativa nella costruzione di un improbabile soggetto unitario della sinistra che alla prima occasione si spaccherà intorno alla questione del rapporto col Pd? Questo è il nodo che dovremmo affrontare nel nostro congresso.

martedì 20 maggio 2008

VII CONGRESSO PRC


Dall’appello di Firenze alla mozione dei 100 Circoli


domenica 18 maggio 2008

Conclusioni di Oliviero Diliberto al CC del Pdci

http://www.quipunet.it/rinascita/content/view/512/5/

sabato 17 maggio 2008

Lucio Manisco :la guerra con l'Iran può essere più vicina di quanto si pensi


su altre testate 15-05-08

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Assordante il silenzio nel nostro paese sulle prospettive di una grande guerra mediorientale innescata da un attacco missilistico ed aereo statunitense e israeliano contro una presunta base iraniana per l’addestramento dei terroristi che uccidono i soldati americani in Iraq. Silenzio del governo Berlusconi, silenzio della maggioranza e della minoranza parlamentare, silenzio di politologhi ed esperti militari, silenzio dei mass media. Se ne parla e se ne scrive negli Stati Uniti e in Europa, non in Italia. L’ultimo e più allarmante annunzio di un’imminente apocalisse è stato dato il 9 maggio dal periodico di destra The American Conservative: con il titolo “La guerra con l’Iran può essere più vicina di quanto si pensi” Philip Giraldi, ex funzionario della Cia, riferisce di una riunione del Consiglio della Sicurezza Nazionale che ha approvato i piani di attacco con missili Cruise contro una base Al Qods (la Guardia Rivoluzionaria Iraniana) ove verrebbero addestrati i militanti iracheni impegnati nella guerriglia contro le truppe d’occupazione. Il Segretario di Stato Condoleeza Rice, il Segretario del Tesoro Henry Paulson, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley, il Presidente George W. Bush e il Vice Presidente Dick Cheney hanno approvato il piano operativo, mentre il Segretario della Difesa Robert Gates si è espresso a favore di un rinvio dell’operazione. Due giorni prima, il 7 maggio, la Casa Bianca aveva inviato tramite i dirigenti della regione curda in Iraq una comunicazione ufficiale al governo iraniano che chiedeva a quest’ultimo di ammettere le sue interferenze nel paese vicino e l’impegno formale a interrompere il suo appoggio ai vari gruppi di militanti che si battono contro le truppe Usa. Immediata la risposta di Teheran: nessuna discussione è possibile fino a quando gli Stati Uniti non sospenderanno le infiltrazioni di agenti e il sostegno fornito ai dissidenti iraniani. Da qui la decisione dell’Amministrazione Bush di inviare un segnale “inequivocabile” e cioè missilistico alla dirigenza iraniana. Presumibilmente – conclude la nota informativa di The American Conservative – si tratterà di una attacco di precisione mirato contro i dispositivi al-Qods di una base nei pressi di Teheran che eviterà perdite tra i civili: spetterà al Presidente ordinare la missione non appena i preparativi verranno messi a punto.Il 10 maggio la Casa Bianca ha ammesso ufficiosamente che una riunione del Consiglio della Sicurezza Nazionale c’era stata e che aveva avuto per tema la visita questa settimana del Presidente a Gerusalemme per partecipare alle celebrazioni del 60mo anniversario dello stato di Israele e per rilanciare i negoziati di pace, argomento questo poi ripreso da George Bush il 12 maggio.Non meno allarmanti gli sviluppi delle ultime settimane: una seconda portaerei con cacciatorpediniere e navi d’appoggio ha raggiunto a fine aprile l’imponente schieramento aereo navale statunitense nel Golfo Persico; cresce di giorno in giorno il barrage di denunzie da parte del Dipartimento di Stato del governo di Tehran per le sue presunte interferenze militari in Iraq mentre sono saliti a cinque le intercettazioni di unità leggere iraniane nelle acque territoriali del paese ad opera delle unità navali Usa e vasti campi minati sono stati allestiti sulle sue frontiere; malgrado le smentite dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e di sedici servizi del controspionaggio Usa il Vice Presidente Cheney e il Segretario di Stato Rice hanno continuato a denunziare insieme ai governanti israeliani la potenziale minaccia nucleare di Tehran; il fallito tentativo nel Libano di neutralizzare Hezbollah , probabile preludio di una seconda offensiva israeliana, può avere indotto Washington ad accelerare i tempi dell’offensiva contro l’Iran.Gary Leupp, professore di storia alla Tufts University, orientalista ed esperto di questioni mediorientali, ha tratto spunto dalle rivelazioni pubblicate da The American Conservative per delineare le catastrofiche consequenze del previsto attacco Usa, da una spasmodica e generalizzata reazione militare iraniana al coinvolgimento bellico della Siria e del Libano, dalle insorgenze armate shiite al rovesciamento dei regimi pro-occidentali fino a nuove alleanze oggi impensabili come quella tra il regime di Tehran e i Talebani sunniti. Gary Leupp è quanto mai pessimista sull’eventuale opposizione dell’opinione pubblica statunitense che verrebbe travolta da una grande fiammata patriottica a sostegno dei “nostri ragazzi al fronte” e per quanto riguarda i due candidati democratici alla presidenza sia Hillary Clinton che Barak Obama hanno già affermato che contro l’Iran “ogni opzione è valida”, per non parlare poi del repubblicano John McCain, che è stato descritto anche da qualche suo sostenitore come “un Bush agli steroidi”. Una grande guerra mediorientale renderebbe certa la sua già probabile vittoria a novembre, aiuterebbe gli Stati Uniti a superare la più grave crisi economica dopo quella degli anni trenta e nel dissennato disegno dei neocons l’interruzione dei flussi energetici mediorientali verso Cina, India ed Europa, ed un possibile impiego di armi nucleari tattiche contro l’Iran rafforzerebbero l’egemonia politico militare del grande impero d’occidente sul mondo intero.E l’Italia? “L’Italia farà la sua parte” come ha anticipato l’ex Ministro alla Difesa nonché ultrà americano Martino con la sua proposta di cambiare le regole d’ingaggio nel Libano e di impegnare direttamente le nostre valorose truppe sui campi di battagli dell’Afghanistan. Tutti gli altri, opposizione e governo, giornali e telegiornali preferiscono ignorare il dramma immane che sta per abbattersi sull’umanità. Non si sa così se abbiamo aumentato – come tutti gli altri paesi europei - le riserve strategiche di petrolio, non si sa se il Ministero della Difesa abbia approntato piani per l’evacuazione dei nostri soldati privi di mezzi bellici adeguati a combattere una guerra guerreggiata, dall’Afghanistan e dal Libano e di quelle centinaia di Carabinieri e forze speciali adette all’addestramento dell’esercito e della polizia in Iraq.IL governo del bel paese e l’opposizione di sua maestà preferiscono occuparsi dell’urgente necessità di imbavagliare Travaglio, azzerare Anno Zero e attuare i diktat contro le donne di Joseph Ratzinger.

lunedì 12 maggio 2008

La Sinistra Arcobaleno non c’è più, inutile tentare di resuscitarla.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che la Sinistra Arcobaleno è finita. Il Pdci se né andato, i verdi si presentano al Congresso con tre mozioni, Sinistra democratica è agonizzante e Rifondazione comunista è divisa. Nel migliore dei casi, quel che resta del vecchio progetto sono pezzi che tentano di riunificarsi per dare vita ad un partito bonsai. E’ questa la proposta di Vendola-Bertinotti: un soggetto senza futuro che si candida in prospettiva al confluire nel PD.L’unica alternativa è rimettere in piedi un partito comunista consistente, cardine della ricostruzione di una unità della sinistra, non ambigua, animata da un autentico pluralismo e legata ad un impegno concreto sulle grandi questioni sociali. Le mezze misure, i patti federativi, le mille proposte che continuano ad illudersi sulla possibilità di costruire un soggetto unitario e plurale, sono destinate ad essere superate dagli eventi.

Gianluigi Pegolo Comitato di Gestione Prc Area de L’Ernesto

Cpn del Prc del 10-11 maggio. Intervento di Leonardo Masella




Ero molto incerto se intervenire. Ho la sensazione che non serva a niente. Anche oggi, dopo una sconfitta così catastrofica e ingloriosa, continuiamo a non ascoltarci e a non guardare in faccia la realtà. Continuiamo ad agire come se fossimo al 12 aprile. Penso che ancora molti non abbiano capito che la situazione è cambiata radicalmente dopo il 14 aprile.
Come si fa, persino ora, dopo una catastrofe così, prodotta dal fallimento di una cultura politica e di un progetto strategico finalizzato alla liquidazione del comunismo e di una forza comunista, pensare ancora, e ancora oggi in questo Cpn, di fare un congresso a tesi e non a mozioni alternative ?
Io penso che sia positivo, oltre che inevitabile, fare il congresso con documenti alternativi, non per dividere il partito, ma per dare finalmente la possibilità democratica agli iscritti di fare una scelta chiara e non ambigua per decidere la linea del partito. Sarebbe stato necessario un congresso non con 5 mozioni ma con due mozioni alternative sulla questione di fondo che abbiamo di fronte: una a favore della liquidazione comunista e l’altra contraria, per riavviare la rifondazione di un partito comunista con basi di massa.
Perché non si è voluto fare questa scelta da parte dei sostenitori della mozione Ferrero ? Invito tutte le compagne e i compagni a riflettere. C’è una causa politica. Perché dalla attuale divisione della maggioranza di Venezia (fra Giordano e Ferrero) non emergono due posizioni realmente alternative, ma due varianti della stessa cultura politica che ha portato alla catastrofe attuale. Come ha detto Russo Spena, su 15 tesi ci si potrebbe dividere solo su una. E’ vero, ha ragione. Le due mozioni vengono entrambe dalla cultura bertinottiana, quella stessa cultura politica che ha portato i comunisti e la sinistra alla catastrofe e alla liquidazione.
Si profila quindi un congresso con una mozione di centro-destra ed una di centro-sinistra, molto simili. Faccio notare ai sostenitori della mozione di centro-sinistra che l’originale è sempre meglio della fotocopia.
Io penso, invece, che sia giunto il tempo, dopo una distruzione così devastante della sinistra, di esprimere con grande chiarezza e onestà l’unico progetto strategico in grado di salvare quel che rimane del nostro patrimonio di militanza e di esperienze di lotta. Tutti dicono oggi di voler salvare il Prc. A parte il fatto che è stravagante, e dovrebbe far riflettere, che chi ha sostenuto da anni la diluizione e il superamento di Rifondazione Comunista in nuovi soggetti politici (dalla Convenzione per l’Alternativa alla Federazione della Sinistra, alla Sinistra Europea fino alla Sinistra Arcobaleno) quando il Prc da solo era al 6%, ora che siamo quasi liquidati dagli elettori si dichiari a favore della salvezza del Prc. Ma il problema è “come” salvare il Prc, perché una cosa sono le parole, un’altra sono i fatti. Io credo che si può salvare il patrimonio che rimane del Prc, di militanza, di esperienze, di lotte, di culture antagoniste, solo se lo si ricolloca in un processo unitario di ricomposizione dei comunisti e della sinistra, altrimenti non si salva più niente.
La situazione è drammatica, a sinistra ci sono macerie, riflusso, balcanizzazione (come si vede anche fra di noi che facciamo un congresso con 5 mozioni !), mentre è al governo una destra arrogante e pericolosa, i cui simboli sono i 300 mila fucili evocati da Bossi e i saluti romani in Campidoglio, e l’opposizione parlamentare è fatta solo da un partito come il Pd. O noi siamo in grado di costruire insieme ad altri, un punto di riferimento forte a sinistra, più forte possibile, un partito comunista il più forte possibile, oppure anche il necessario, indispensabile, processo di tenuta e di mobilitazione della sinistra è destinato a fallire. O siamo in grado di ricomporre la diaspora dei comunisti con chi è disponibile oppure non riusciremo a tenere assieme, a mobilitare, a mantenere a sinistra ciò che rimane a sinistra del Pd. Si assume una grande responsabilità, ancora peggiore di chi ha avuto la responsabilità della catastrofe elettorale, chi ostacola questo processo.
La nostra linea dovrebbe essere l’esatto opposto della linea esposta dall’intervista a Fabio Mussi sul Manifesto di giovedì (8 maggio), dal titolo “Tutti i nostri errori”. Quali sono gli errori compiuti secondo Mussi ? Leggo testualmente: “A ottobre il Pd ha fatto le primarie, con tutti i limiti ma ha chiamato 3 milioni di persone. La sinistra ha fatto una manifestazione quando era il momento di fare un partito”. Capito ? L’unica cosa buona fatta è stata la manifestazione del 20 ottobre, tradita poi dai cosiddetti stati generali che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno e al fallimento elettorale, e Mussi indica nel 20 ottobre l’errore. “Cosa fare?” Gli chiede il giornalista? Ascoltate la risposta di Mussi, testualmente: “Per fortuna nessuno ha particolare voglia di aderire alla costituente comunista di Diliberto. Una delle cose da rivedere è l’idea di non avere nemici a sinistra”. Avete capito ? A parte il fatto che Mussi si sbagliò clamorosamente anche nel ’91 quando nacque il Prc, quando diceva con la stessa supponenza e arroganza di oggi, che nessuno aveva particolare voglia di aderire al Movimento per la rifondazione comunista, ma la cosa ancora più grave – ma significativa – è che per Mussi la costituente comunista va considerata “un nemico”. Ecco, credo che tutto il nostro partito dovrebbe contrastare compattamente questa posizione e impostazione di destra, anticomunista.
Proprio all’opposto di ciò che dice Mussi, uno dei responsabili principali della distruzione della sinistra, noi avremmo bisogno di costruire una più forte unità fra Prc e Pdci (che sono le uniche due forze organizzate rimaste ancora in piedi), verso un processo di unificazione assieme a tutte le comuniste e i comunisti, singoli od organizzati, disponibili per costruire il perno indispensabile per rimotivare e rimobilitare tutta la sinistra sociale, di lotta, di classe, di movimento, come è stata la straordinaria manifestazione del 20 ottobre, di soli 6 mesi fa.
Io credo che nella situazione in cui siamo, chi ostacola questo processo si assume una responsabilità enorme, perché contribuisce, in buona o in cattiva fede, come ha già fatto con la Sinistra Arcobaleno, alla distruzione anche di quel poco che è rimasto a sinistra del Pd.

domenica 11 maggio 2008

Diliberto a chiusura del Comitato centrale del Pdci

Dopo due giorni di dibattito, si sono chiusi i lavori del Comitato centrale dei Comunisti italiani, che ha stabilito che il partito andrà a congresso in luglio, parallelamente al Prc
Un dibattito ampio e ricco, quello che si è svolto a Roma, al termine del quale, pur con delle accentuazioni diverse, è stato condiviso l'impianto della relazione del segretario Oliviero Diliberto ed è stata votata praticamente all'unanimità la costituzione di una commissione politica che avrà il compito di redigere il documento congressuale del quale si discuterà nel corso del prossimo comitato centrale, previsto nell'arco di qualche settimana.Il segretario nazionale, al termine ha sintetizzato la proposta politica del partito, spiegando che «la linea è ricostruire la sinistra partendo dai comunisti. Per questo rilanciamo la proposta, rivolta a Rifondazione e a quanti si sentono comunisti pur non aderendo a nessun partito, di un processo di riunificazione, sulla scorta dell'appello uscito dopo le elezioni e promosso da intellettuali, quadri operai e personalità della sinistra».E rispondendo indirettamente a Nichi Vendola e Fabio Mussi, Diliberto sottolinea il senso ed il valore di questa proposta: «Vorrei segnalare che nel 2006, con quelle bandiere criticate da Vendola, i comunisti hanno preso tre milioni di voti, mentre l'Arcobaleno, che rappresenta il “nuovo”, ha preso un milione e 100 mila voti insieme a Verdi e Sinistra democratica: di nuovismo si muore».Rispetto invece ad un'intervista rilasciata da Fabio Mussi al Manifesto, nella quale il leader di Sinistra democratica criticava la proposta del Pdci, rilanciando l'unità a sinistra degli ex soggetti dell'Arcobaleno - anche se non tutti – Diliberto afferma di trovare «singolare che una lista Arcobaleno che ha preso il 3% venga riproposta alle Europee: mi sembra che non solo contraddica un'analisi politica ma il buonsenso».
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da La rinascita on line.

Il Libano brucia ancora

di Michele Giorgio da Il Manifesto del 10-05-08
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Con un giorno di battaglia e 20 morti i miliziani di Hezbollah e Amal ora controllano il settore ovest. Incendiata la tv di Hariri, razzo in un giornale. Il governo non cede e cerca aiuti. L'esercito per ora neutrale, ma c'è tensione
«Beirut evita la guerra civile e la pioggia del mattino la ripulisce per la giornata della soluzione». Così titolava ieri il quotidiano progressista vicino all'opposizione, As-Safir, ottimista sugli sviluppi della situazione. La guerra civile in verità non è affatto evitata anche se ieri pomeriggio è tornata la calma a Beirut - ma non nella Bekaa e a Tripoli - dopo ore di combattimenti violenti che hanno visto i miliziani sciiti di Hezbollah e di Amal prendere il sopravvento su quelli del partito Mustaqbal, del leader sunnita Saad al-Hariri, e prendere il controllo completo di tutta la zona occidentale della capitale libanese. Dopo tre giorni di scontri i morti sono una ventina e decine i feriti. Peraltro anche la soluzione di cui parlava as-Safir non è dietro l'angolo. La crisi non è destinata a trovare un'immediata via d'uscita, nonostante la previsioni favorevoli fatte da uno dei leader dell'opposizione, l'ex generale Michel Aoun. La maggioranza filo-occidentale si è scoperta debole, dopo i toni forti usati nei giorni scorsi soprattutto dal leader druso Walid Jumblatt, ma non appare incline a cercare un compromesso con l'opposizione. Il premier Fuad Siniora, nonostante le sollecitazioni giunte anche dallo sponsor saudita, per il momento resta al suo posto. Ieri sera, dopo una riunione nella residenza del leader della destra estrema, Samir Geagea, i principali esponenti della maggioranza hanno lanciato all'opposizione l'accusa di colpo di stato e di voler imporre i piani di Siria ed Iran in Libano. Hezbollah e Amal hanno replicato comunicando che non rimuoveranno i blocchi stradali e quelli intorno all'aeroporto, che paralizzano Beirut, fino a quando il governo non riprenderà la strada del dialogo. Intanto centinaia di persone, fra cui cittadini stranieri, si sono ammassate ieri al confine con la Siria. Uomini, donne e bambini sono riusciti a raggiungere i posti di frontiera di Arida, nel Libano settentrionale, e di Masnaa, nell'est, per tentare di lasciare il paese. Fra le persone in fuga ci sono cittadini britannici, statunitensi, tedeschi, ciprioti e numerosi siriani. L'ambasciata italiana ha adottato misure protettive per i nostri connazionali in Libano, di cui non si esclude l'evacuazione. Il primo nodo da sciogliere è quello della rete telefonica indipendente di Hezbollah. Nella conferenza stampa di giovedì, Hasan Nasrallah, il leader del movimento sciita, ha ripercorso le tappe dell'intera vicenda ricordando che la questione era già stata sollevata l'anno scorso dal governo. All'epoca, il ministro delle telecomunicazioni Marwan Hamade aveva denunciato «l'esistenza di una rete telefonica terrestre di Hezbollah, realizzata col sostegno della Siria e dell'Iran», nel sud del paese e nella sua roccaforte alla periferia meridionale della capitale. Nasrallah ha confermato quanto un anno fa diceva Hamade, ma ha ricordato che la rete telefonica «è terrestre ed è esclusivamente ad uso militare per consentire ai quadri, alle cellule e al comando della resistenza di comunicare senza essere ascoltati dal nemico», Israele. «Non si creda - ha aggiunto - che la usiamo per telefonare all'estero o per far soldi sostituendoci allo stato libanese». Per il governo invece il movimento sciita viola apertamente la sovranità nazionale e cerca di creare uno «Stato nello Stato». Dietro la questione della rete di comunicazione di Hezbollah si cela però il vero nodo dell'intera vicenda: l'arsenale militare del partito sciita che le forze della maggioranza vogliono smantellare, così come desiderano Stati uniti e Israele. Hezbollah lo ha capito e ha reagito con l'uso della forza, mettendo in chiaro che qualsiasi tentativo di disarmare la sua guerriglia, nell'attuale contesto politico e militare della regione, con i venti di guerra che spirano in direzione dell'Iran e nuovamente del Libano del sud, è destinato a provocare la guerra civile e un bagno di sangue.D'altronde l'attacco rapido sferrato ieri a Beirut Ovest contro le sedi di Mustaqbal e i mezzi d'informazione di questo partito non lasciano dubbi sulla volontà di Hezbollah di lanciare pesanti avvertimenti a Saad Hariri e al suo alleato Jumblatt, frequentatori assidui del Dipartimento di stato americano e dell'ambasciata Usa a Beirut. Ieri mattina il muro di cinta della residenza di Hariri è stato colpito da un razzo che non ha causato vittime mentre Jumblatt è stato scortato dall'esercito fuori dalla sua abitazione, circondata da militanti dell'opposizione. La sede di al-Mustaqbal Tv, nella zona di al-Rausha, poco dopo, è stata incendiata dopo essere stata presa d'assalto dai militanti del Partito nazionale sociale, una delle formazioni alleate Hezbollah e Amal. Un razzo inoltre ha colpito il quarto piano della redazione del quotidiano che fa capo sempre al partito di Hariri. L'esercito per il terzo giorno consecutivo non si è schierato e si è limitato ad intervenire nei casi più a rischio.Diversi paesi arabi intanto puntano l'indice contro Hezbollah e l'opposizione libanese. L'Arabia saudita ha chiesto ed ottenuto un vertice straordinario dei ministri degli esteri, che dovrebbe svolgersi domenica, mentre l'Egitto ha affermato di non poter «permettere che il Libano venga controllato dall'Iran». Invece da Ramallah il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto ai circa 400mila rifugiati palestinesi in Libano di rimanere fuori dagli scontri, anche nel ricordo amaro dei tanti massacri subiti durante la guerra civile.

venerdì 9 maggio 2008

Sabato 17 maggio 2008 Verona - Manifestazione


APPELLO

Nicola è ognuno di noi

Per sconfiggere insieme la paura scendiamo in piazza per svegliare una città che troppe volte ha girato la testa. Non deve farlo questa volta. Non deve farlo mai più.
Mobilitiamoci e riprendiamo la parola prima che l'ipocrisia riscriva anche questa storia.

per una Verona libera dalla paura,
per una Verona libera dall'odio,
per una Verona libera da vecchi e nuovi fascismi, libera dall'intolleranza, dal razzismo, dall'ignoranza perchè esiste una Verona coraggiosa, aperta, indignata perchè guardarsi all'interno, riconoscere il male profondo del nostro tempo e della nostra città è crescere. Liberi.

Costruiamo assieme un corteo che attraversi e viva la città in una giornata aperta alle iniziative e ai contributi di tutte e tutti.

Nel 2008 a Verona si muore ancora di fascismo.
Al posto di Nicola poteva esserci ognuno di noi.

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Assemblea cittadina promotrice della manifestazione per adesioni: adesioni17maggio@gmail.com

giovedì 8 maggio 2008

Lezioni elettorali alla fine di una parabola di Domenico Moro


La netta bocciatura di Rutelli e l’ascesa a sindaco della capitale di un personaggio come Alemanno, proveniente dalla storia del neofascismo italiano, rappresentano nello stesso tempo un passaggio di fase storico e il punto d’arrivo di una parabola politica, quella del gruppo dirigente fuoriuscito dalla svolta della Bolognina, ormai quasi venti anni fa. Ma partiamo dai dati delle elezioni romane, che costituiscono il sigillo finale delle elezioni del 2008, che sicuramente saranno ricordate nel futuro. Alemanno al ballottaggio supera Rutelli di circa 107mila voti, arrivando a quota 783.225 voti, mentre al primo turno era stato sopravanzato dal rivale di 84mila voti. Sicuramente Alemanno ha potuto contare al ballottaggio sull’afflusso di buona parte dei voti della Destra di Storace (55mila voti) ma anche almeno su una parte dei voti dell’Udc (52mila voti). Al contrario Rutelli sembra non essere riuscito a prendere voti dagli altri candidati e, se vi fosse in parte riuscito, ne ha persi altrettanti tra quelli del primo turno.

Infatti, Rutelli passa dai 761.126 voti del primo turno ai 676.472 voti del ballottaggio. La perdita è notevole: ben 84.654 elettori non hanno confermato il voto del primo turno a Rutelli. Si tratta di un fatto eccezionale, perché è raro che un candidato arrivato al ballottaggio non solo non guadagni consensi dagli altri candidati esclusi, ma addirittura perda una parte non irrilevante dei suoi voti. Se Rutelli avesse conservato i voti del primo turno, avrebbe avuto bisogno di poco più di 23mila voti aggiuntivi per prevalere sull’avversario. Cerchiano di capire che cosa è successo. Molti hanno parlato di voto disgiunto su Comune e Provincia, evidenziando che Zingaretti, a differenza di Rutelli, è riuscito a vincere, ottenendo 56mila voti in più dell’ex sindaco di Roma. Se ne deduce che la sconfitta è da attribuire in larga parte alla persona di Rutelli. E’ sicuramente vero che la candidatura di chi è stato già due volte sindaco di Roma è apparsa da subito una scelta debole ed errata.

Dall’altro lato, bisogna rilevare che anche al ballottaggio sulla provincia si è innescato un fenomeno simile, sebbene fortunatamente l’entità e l’esito ne siano stati diversi. Infatti, anche Zingaretti ha rischiato, perdendo 36mila voti dal primo turno, mentre Antoniozzi ne ha guadagnati più di 100mila. Antoniozzi è molto meno popolare e radicato di Alemanno, eppure Zingaretti lo ha superato di soli 27mila voti, quando al primo turno lo aveva distanziato di 65mila voti. Oltre alla candidatura non azzeccata sembrerebbe giusto, quindi, considerare l’incidenza della ripetizione, almeno in parte, di fenomeni già registrati alle elezioni nazionali. Vale a dire il fallimento della strategia del Pd di sfondamento al centro e di attrazione del cosiddetto “elettorato moderato”, che, ad esempio nel caso di quello dell’Udc, al ballottaggio di Roma o si è astenuto o ha votato Alemanno, dimostrando così di che marca sia tale “moderatismo”.

Ma, rispetto alle politiche, credo vadano evidenziate due importanti differenze. La prima è che la sconfitta è avvenuta in casa, in quello che Veltroni pensava essere il suo “feudo” e che aveva passato ad un esponente di punta del Pd, Rutelli appunto. Il colpo che ha preso Rutelli finisce, quindi, per essere diretto contro Veltroni, e contro il “modello Roma” per come è stato costruito negli ultimi 15 anni di amministrazioni rutelliane-veltroniane. E se Rutelli ha finito per essere colpito più pesantemente di Zingaretti, personalità politica più defilata, è stato non solo in virtù del suo scarso appeal politico personale, ma forse proprio perché più “rappresentativo” di quel modello. La seconda è che Rutelli, a differenza di Veltroni alle politiche, non ha potuto giovarsi del “voto utile”. L’appello contro il fascista Alemanno non ha funzionato ed è risultato poco credibile da parte di chi, come il Pd, ha contribuito a “sdoganare” i fascisti, riabilitando i “ragazzi di Salò”, permettendo lo sviluppo di centri sociali gestiti da neofascisti e intitolando vie a gerarchi del ventennio, come fece proprio Rutelli con Bottai. Al contrario, si è dimostrata la scarsa lungimiranza di chi ha prima distrutto la sinistra alle elezioni parlamentari e poi ne ha invocato l’aiuto a livello locale.

E’ sintomatico dei limiti di tutto il gruppo dirigente Pd l’aver rivendicato con costanza e metodo la necessità di liberarsi della “zavorra” della sinistra sul piano nazionale, senza farsi venire alcun dubbio sulla possibilità di tenuta del blocco sociale e politico, che comprendeva la sinistra, sul piano locale. Roma si è così dimostrata il primo esempio di come la distruzione della sinistra possa avere conseguenze nefaste anche per il Pd e, quel che più importa, per la tenuta democratica del paese.

E siamo arrivati a quanto dicevamo all’inizio, cioè alla parabola che è finita. La distruzione (speriamo solo parlamentare e momentanea) della sinistra senza aver conquistato il centro moderato, che sembra essere come l’araba fenice, cioè una figura mitica che non esiste, è il risultato più chiaro di quasi venti anni di percorso del gruppo dirigente Pds, poi Ds e infine Pd, fuoriuscito dalla Bolognina. La rincorsa al centro ha, in realtà, contribuito allo spostamento a destra progressivo dell’asse politico italiano, fino ad arrivare alla espulsione della sinistra dal Parlamento. Dovrebbe sorgere a questo punto una domanda: come è potuto accadere? Dare una risposta è sicuramente complesso e richiede una lunga ma necessaria riflessione almeno su venti e forse più anni di storia italiana. Alcuni elementi, però, potrebbero essere individuati già da ora.

Lo scioglimento del Pci non avvenne sulla base di una vera riflessione interna che, a torto o a ragione, superasse il marxismo ed il leninismo e la prospettiva comunista. Si è trattato di una operazione gestita dall’alto e soprattutto sotto la pressione dei mass media, dell’egemonia della cultura dominante e di avvenimenti esterni come il crollo del muro di Berlino. Il comunismo è stato liquidato frettolosamente come una anticaglia del passato senza sostituirvi nulla di caratterizzante, tanto che dopo, quasi naturalmente, il Pds si è trasformato in Ds e infine in Pd. Ma soprattutto, ed è forse questo l’elemento nodale, in quel periodo tra ’89 e 90, ricordiamolo, è il concetto di classe che è stato eliminato e definito come obsoleto. La parte maggioritaria di quello che fu il Pci non si trasformò, quindi, in un partito socialdemocratico o socialista, come la Spd tedesca o il Ps francese, ma in qualcos’altro, una “cosa” indistinta.

Nel passato tra i marxisti spesso si è discusso se la socialdemocrazia fosse l’ala destra della classe operaia o l’ala sinistra della classe borghese. Rimane il fatto che sempre la base di massa della socialdemocrazia è stata nella classe operaia e che, dunque, senza questo riferimento non può esserci socialdemocrazia. Un altro fatto su cui dobbiamo interrogarci è per quale ragione la maggioranza del gruppo dirigente del Pci e parte dei suoi iscritti arrivò a prendere quella strada. La capacità di rinnovarsi nella continuità, tipica dei comunisti italiani e di cui parlava spesso Enrico Berlinguer, venne progressivamente a indebolirsi e quando la sua leadership carismatica e la sua forte tensione etica vennero a mancare, i limiti si fecero sentire, tanto più che il contesto nazionale ed internazionale stava mutando e che la classe lavoratrice era ormai sulla difensiva. Dunque, quando ci fu il crollo dell’Urss, fu presto colta l’occasione di liquidare l’anomalia italiana, che non era soltanto nei simboli, pure importantissimi, quanto nella forte autonomia politica e culturale della classe lavoratrice.

Quando si rinuncia alle categorie di analisi e ad una lettura seria della realtà e di quanto vi si muove nel profondo, il rischio è che a prevalere siano il tatticismo ed il politicismo, i quali presto o tardi rivelano di avere le gambe corte. Il “nuovismo”, e l’ansia di superare acriticamente i lasciti di un secolo come il 900 che, invece, ha rappresentato nel mondo una storica rottura della subalternità di classi e popoli, è stato negli ultimi vent’anni la malattia della sinistra, che purtroppo continua a ripresentarsi ciclicamente. Di rinnovamento, tutt’altra cosa rispetto al “nuovismo”, al contrario, ci sarebbe stato bisogno. Più chiaramente, ci sarebbe stato bisogno, e c’è bisogno ancora, di mantenere la prospettiva di trasformazione radicale della società, adeguandola alle mutate condizioni di funzionamento italiane ed internazionali del capitale e della sua società. Oggi, è di un bagno nella realtà che la sinistra ha bisogno, ma questo bagno salutare richiede la capacità di leggere la realtà in modo corretto, altrimenti c’è il rischio di affogare.

mercoledì 7 maggio 2008

COMUNISTI, E' L'ORA DELLA RIUNIFICAZIONE - intervista a Fosco Giannini


di Giampiero Cazzato
su la Rinascita della Sinistra del 01/05/2008
Intervista a FOSCO GIANNINI. «Prima ancora di porsi il problema dei rapporti con il Pd bisogna mettersi alla testa di un lungo ciclo di lotte sociali»



"Credo davvero che sia venuto il momento di andare al di là di ogni egoismo, di ogni piccola chiesa, di ogni piccola area autoreferenziale. Tutti facciano un passo indietro per farne due avanti. E cioè, sono d'accordo con l'appello per l'unità dei comunisti in questo paese».

Fosco Giannini, dell'area dell'Ernesto, è convinto che si possa e si debba «ripartire da una riunificazione Prc- Pdci perché essa può essere l'elemento catalizzatore per riaggregare la vasta diaspora comunista italiana».

E quando dice «di rimettere in campo un partito comunista», non pensa con la testa rivolta all'indietro, in una consolatoria logica di nicchia, ma guarda «al recupero della tradizione migliore del Pci, ad un partito con vocazione di massa, fortemente unitario e, soprattutto di lotta».
Il Cpn ha visto il ribaltamento della maggioranza bertinortiana e la vittoria dell'asse Ferrero-Grassi. Ma l'impressione è che sulle ragioni profonde che hanno portato alla sconfìtta non vi sia stata chiarezza fino in fondo.

La relazione di Giordano è stata surreale. Non c'è stata nessuna autocritica, non sono state rintracciate le cause materiali della catastrofe elettorale. E la base materiale della sconfitta per noi dell'Ernesto è in un combinato disposto micidiale: da una parte è figlia della delusione delle fasce popolari verso il governo Prodi e, dall'altra, della trasformazione violenta del partito in un soggetto politico come l'Arcobaleno, di natura essenzialmente socialdemocratica. E' dentro questa discussione che noi avevamo posto il tema della cancellazione della falce e martello e del suo impatto nefasto.

In altri tempi si sarebbe detto, "mutazione genetica"...

No, qui c'è qualcosa di più e di più grave. La mutazione genetica era un processo. Qui è stato attuato un colpo di mano, tutto è avvenuto senza lo straccio di una discussione interna. Si è asserito che la Sinistra arcobaleno non era soltanto un impegno elettorale ma era propedeutica alla costruzione di un nuovo partito. Se dici, come Bertinotti ha fatto, che i comunisti saranno solo una «tendenza culturale» come pensi di mobilitare i compagni dei circoli per andare nei quartieri, nelle piazze a fare campagna elettorale? Questi non ci hanno nemmeno votato.

Ora i bertinottiani non parlano più di scioglimento del partito.

Alla domanda su quale sarà il nostro sbocco Giordano ha detto testualmente che «non può essere un nuovo partito perché la forma partito è di tipo novecentesco», quindi vecchia. Secondo, ha dichiarato che «non può essere una federazione perché le federazioni sono tutte fallite», da Izquierda unida all'Arcobaleno. E qui ha ragione. Però la toppa che propone è peggio del buco. Ha parlato della costruzione di un "movimento per lo spazio pubblico". Ma che vuol dire? Hanno ragione quei compagni che hanno chiesto se a dirigere questo movimento debbano essere i vigili urbani. La realtà è che i bertinottiani quando parlano di una nuova costituente di sinistra pensano a qualcosa che somiglia molto a Izquierda unida. Insomma una minestra riscaldata.

Questo, Giordano. Che valutazione dai della nuova maggioranza che si è formata sull'asse Ferrero-Grassi?

Lo strano cartello Ferrero-Grassi-Mantovani? Se non è zuppa e pan bagnato. Ripropone, di fatto, una sorta di costituente di sinistra che però trovi la sua struttura portante nella Sinistra europea e cioè, traduco, in un rilancio della Rifondazione bertinottiana. Ferrero e Grassi hanno preso 98 voti contro i 70 del documento di Giordano, ma non credo che il voto del Cpn abbia azzerato l'ala bertinottiana. Quando partirà il congresso e metteranno in campo Vendola, secondo me, vinceranno ancora loro. C'è poi una debolezza di fondo nel documento di Ferrero: dice che il rapporto con gli altri soggetti dell'arcobaleno rimane centrale. Ma quei soggetti non ci sono più! I Verdi sono in gran parte attratti dal Pd, Sd è alla ricerca di un rapporto con i socialisti. Allora con chi la fai la federazione?

Conclusione: l'unico documento alternativo è quello vostro, dell'Ernesto?

Sì, perché è il solo che pone al centro della sua analisi il rilancio di un partito comunista, forte, autonomo ed organizzato. Credo che un partito comunista non avrebbe salvezza se si riducesse a piccola cosa rinsecchita dentro le istituzioni. Può ripartire solo se si mette alla testa delle grandi lotte per la pace, antimperialiste, contro la guerra, contro le spese militari e se sta al fianco e alla testa del movimento operaio italiano. Ti faccio un esempio: a Sigonella stanno costruendo una base radar. E' provato che quei radar sono causa di leucemia. Un partito comunista deve andare a Sigonella, mettere le tende, mobilitare le persone. Immagino un dipartimento Esteri che si interessa sì della costruzione delle relazioni internazionali, ma che soprattutto porta avanti le lotte contro la Nato e le basi militari in Italia. L'Europa è oggi spazzata dal vento forte del pensiero reazionario, non possiamo opporre ad un pensiero forte reazionario un pensierino fragile. La sinistra ha bisogno di uri pensiero forte, opposto e contrario, e l'unico pensiero robusto, capace di mobilitare e di essere perno del cambiamento, ce lo dice la manifestazione del 20 ottobre a Roma sul welfare, è quello comunista. E'per questo che mi sento di dire che non solo il bertinottismo ha distrutto Rifondazione ma tende a distruggere l'unità della sinistra.

Tu parli di un partito comunista di massa. Bene, ma quale rapporto deve avere questo soggetto con le altre forze democratiche, e mi riferisco al Pd?

Prima ancora di porsi il problema dei rapporti con il Pd, che è oggi l'altra faccia del liberismo, un partito comunista che tenta di rinnovarsi bisogna che pensi di mettersi alla testa di un lungo ciclo di lotte sociali. Non demonizzo il parlamentarismo, tutt'altro, ma sono convinto che se tu hai rapporti di forza sociali così sfacciatamente a favore dei padroni e della classe dominante è difficile poi cambiare le cose solo all'interno delle istituzioni. E i due anni che abbiamo alle spalle sono lì a dimostrarcelo.