mercoledì 1 luglio 2009

Come si sconfigge l'astensionismo di sinistra


dal sito aprileonline.it

Stefano Salmi, da Lisbona, 30 giugno 2009, 14:10

Come si sconfigge l'astensionismo di sinistra Mondo Intervista a Miguel Portas, riconfermato al Parlamento europeo dopo la vittoria elettorale del Bloco de Esquerda (dal 6 all'11 %), un partito giovane, che ha compiuto dieci anni nel marzo scorso, alla "ricerca della sinsitra popolare con l'ambizione maggioritaria"


Nella sede del BE nella rua de Sao Bento, la strada dove visse Amalia Rodrigues e dove ha sede la Fundacao Mario Soares, mi incontro per una intervista promessami subito dopo le vittoriose elezioni europee, con il rieletto eurodeputato Miguel Portas. Anticamente questa sede era dell'UDP, il partito marxista-leninista portoghese, ora è di tutto il BE, esistono altri sedi di questo tipo, del BE, sparse per Lisbona, sono eredità del passato che ciascun partito fondatore del BE ha portato con sé. Mostrano il mosaico variegato, direi anche fisico ed urbano, di questo giovane partito politico, che ha compiuto dieci anni nel marzo scorso. Risulta quindi ancora più avvincente chiedere ad uno dei suoi leader storici, Miguel Portas, il perché di questo grande successo recente alle europee.

La prima domanda è d'obbligo: questa grande avanzata del BE a cosa si deve?
Effettivamente è stato il migliore risultato di sempre ottenuto dal BE,che ha aumentato considerevolmente i suoi voti ed è passato dal 6% a circa 11% . La crescita avviene capillarmente, su tutto il territorio nazionale, sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Questo significa che hanno votato per noi varie fasce sociali e anche di età: sia gli anziani che i giovani. Addirittura, l'analisi del voto, ci permette di affermare che i giovani ci hanno eletto come primo partito del paese. Una soddisfazione enorme, perché una delle priorità della nostra politica, da dieci anni a questa parte, è stata sempre quella di catturare il voto giovanile ed esserci riusciti in questo modo ci rende orgogliosi del lavoro fatto. Un'altra grande soddisfazione è quello di vedere che gran parte del mondo del lavoro ci ha votato, o meglio ha votato la nostra maniera di fare politica: sempre al fianco dei lavoratori e dei disoccupati. Incidendo in sede parlamentare, nei sindacati partendo dalla base e nella società, con i nostri interventi politici critici e costruttivi, sia che si trattasse di contrastare le politiche governative liberiste nel mondo della scuola, dell'educazione e della ricerca, che in quelle economiche e produttive. Abbiamo catturato buona parte dell'elettorato di sinistra del PS, soprattutto l'area vicina allo storico deputato Manuel Alegre, che con noi ha condiviso battaglie per la tutela dei lavoratori e dei valori di sinistra, ci ha sicuramente votato. Un'area quella a sinistra del PS che vorremmo rappresentare anche a Bruxelles rispetto al PSE.

Come valuta il voto in Europa e, più nel merito, dopo questo successo elettorale, dove si collocheranno politicamente i tre eurodeputati del BE eletti a Strasburgo?

In termini europei, i risultati elettorali sono molto diseguali ma in generale sono abbastanza negativi per la sinistra. Nell'est Europa la sinistra è quasi assente dappertutto, tranne che in Estonia, dove la minoranza russa vota il partito comunista. Die Linke in Germania, aumenta il numero dei deputati, ma ottiene un risultato inferiore alle aspettative, con un punto in percentuale in meno a quello ottenuto nelle elezioni legislative, ovvero non è riuscita a combattere l'astensionismo a sinistra. In Francia la situazione è abbastanza simile a quella italiana, infatti esiste una grande frattura all'interno della sinistra radicale, che elegge un eurodeputato a scapito del PCF. Tranne Cipro che è un'isola in tutti i sensi e quindi marginale, nel resto d'Europa si assiste ad un grande insuccesso della sinistra, con il caso italiano in primo piano, che non riesce ad eleggere nessun eurodeputato. In Grecia il partito stalinista perde un deputato ma ottiene un risultato migliore che la Syryza che rimane allo stesso livello delle elezioni precedenti e francamente è un risultato deludente. In Spagna la situazione è rimasta immutata con Izquerda Unida sempre ridotta a i minimi termini. Vi è solo uno Stato dove la sinistra europea che si colloca alla sinistra del PSE, se mi passi il gioco di parole, avanza significativamente ed è la Danimarca. Quindi solo Portogallo e Danimarca possono essere soddisfatti a sinistra. Chiaro che noi ci collocheremo alla sinistra del PSE e cercheremo di dialogare con quell'area abbastanza significativa di eurodeputati che sta in parlamento alla sinistra del PSE e che comprende una parte dei verdi, dei socialisti di sinistra del PSE e dei comunisti. Il nuovo parlamento europeo è decisamente ancora più di centro destra rispetto a prima e quindi cercheremo di fare una opposizione critica e costruttiva con tutte queste forze sopracitate.

A cosa si deve questa sconfitta elettorale europea, è una crisi di identità di tutta la sinistra?

La sinistra fa dell'identità una memoria, invece di fare dell'identità uno strumento per il futuro. Noi del BE non incentriamo tutto il nostro discorso sulla propaganda, ma bensì facciamo politica giorno per giorno. I fantasmi di sempre alla fine contribuiscono a distruggere il presente ed è quello che secondo me sta succedendo in Italia, che al di là di tutto, rimane sempre un laboratorio da studiare. Infatti, non è un caso che il BE si chiama Bloco e non Rifondazione, noi andiamo alla ricerca di una sinistra popolare con l'ambizione maggioritaria. Il BE ha una leadership collettiva e in tutti questi dieci anni di vita, ci saremmo riuniti a livello di commissione politica, circa dieci volte. Ovvero tutto il resto, è ottenuto con compromessi e dalla sensibilità dei dirigenti che anche se vedono che hanno una posizione minoritaria, non fanno polemiche. Io per esempio non concordo con tutte le decisioni del BE, ma cerco di trovare una soluzione discutendo democraticamente e prendendo delle decisioni velocemente con i compagni con cui abbiamo da sempre, un grande rapporto di fiducia reciproca. Tutto questo è il frutto di una decisione presa dai leader delle formazioni politiche che hanno costituito il BE insieme a semplici militanti e simpatizzanti. Da noi non esiste il centralismo democratico, ciascuno può dire ciò che vuole rispetto alla linea politica anche pubblicamente, ma non è mai capitato di fare polemiche velenose e suicide. Il segreto, secondo me, sta nel fatto che i dirigenti politici delle formazioni trozkiste, maoiste e comuniste, che hanno costituito il BE, tengono al loro interno le diatribe settarie e partitarie e non coinvolgono il resto del partito. Anche rispetto alla comunicazione abbiamo scelto di non avere un giornale di partito, ma di avere un sito internet molto visitato, al cui interno si svolge democraticamente e alla luce del sole tutto il dibattito politico. Tutti vi possono partecipare e dire la loro sulla linea politica da intraprendere. Le riviste delle rispettive formazioni politiche continuano ad esistere, ma non si intromettono mai nelle decisioni politiche del BE.

martedì 17 febbraio 2009

Le radici lontane della sconfitta

Renato Soru è stato sconfitto. Anche la Sardegna sarà governata da Berlusconi. Il vento di destra continua a soffiare, forte più che mai. Il Pd e il suo progetto ignavo e bipartisan vengono per l'ennesima volta sconfitti. Le liste comuniste e di sinistra, tutto sommato mostrano timidi segnali ripresa, anche se il travaglio interno alle stesse ne ostacola il rafforzamento politico-elettorale.
Ma non è a causa di errori soggettivi che le ultime elezioni sono state regolarmente vinte dalla destra. In Italia si è creata l'ennesima anomalia : negli ultimi anni nella gran parte del resto d'Europa, il governante viene sconfitto e vince l'opposizione. A prescindere da chi sia l'uno piuttosto che l'altro. In Italia no. Ormai vince sempre la destra e non più solo la destra politica, ma la cultura di destra, vera ed unica vincitrice in questa fase storica.

E' evidente come sia quantomai urgente e necessaria una forte riflessione, nelle forze della sinistra come nel Pd. Limitarsi ad analizzare la superficie non serve a niente. Il problema non è più del singolo candidato, della singola campagna elettorale o del fatto che i partiti sono divisi e litigiosi.

Credo che non sia più sufficiente parlare solo di alchimie o di auspicabili spostamenti a sinistra del Partito Democratico ( elementi che pure hanno nella loro reale e concreta quotidianità la loro importanza, sia chiaro ). Purtroppo la situazione è più complessa e drammatica, perché ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si rende evidente il fatto che la sconfitta è sì politica ma soprattutto culturale.
Il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo, è ormai parte integrante della situazione storico-politica attuale, ma ha origini ben più lontane. E' il prodotto di diversi errori e sconfitte, politiche come culturali degli ultimi venti-trent'anni.

O proviamo - in un percorso lungo e difficile - a ribaltare la " cultura " degli italiani - e specie dei ceti che vogliamo rappresentare – a partire ovviamente da noi e dalle nostre pratiche concrete o non saranno sufficienti cambi di linea politica, se non per risultati di mera e fragile resistenza, fragile quanto vacua. Nell'epoca della massmediacità eletta ormai a collante di un popolo, del trionfo del voyerismo televisivo, del singolo che mette se stesso davanti anche a...se stesso ( ! ) è dura far vivere un pensiero ed una cultura di sinistra, di sincera solidarietà.

Questa cultura, questo trionfo dell' “io “ sopra ogni cosa, ha permeato tutti i settori della società. E dato che anche i partiti, comunisti, di sinistra, di centro-sinistra sono un pezzo reale della società, ne hanno subito l'attacco e in parte ne sono anche stati permeati, chi in misura maggiore e chi in misura minore, naturalmente. L'individualismo, anche “ collettivo “ è ormai insito anche dentro noi. Non è un caso quindi che le cordate, le fazioni presenti nei partiti - spesso senza reale ragione d'essere - sono a volte strumenti per salvaguardare “ singoli interessi collettivi “ del tal gruppo a scapito dell'altro. Ma in realtà , sono entrambe destinate ad essere sconfitte.

Quindi è fondamentale partire dal ricostruire una idea di cultura di sinistra viva, che per essere tale deve essere diffusa, radicata. Nelle coscienze, nella vita anche privata, nei rapporti personali.

Oggi purtroppo non è cosi. E il problema è che tutti noi stiamo provando, ciascuno dal suo punto di vista e di azione politica, ad utilizzare “ ricette “ più o meno vecchie in una società che è ormai completamente diversa, altra rispetto a quella in cui quelle “ ricette “ sono nate.

Dobbiamo sì lavorare per dare concrete risposte politiche ai problemi reali, ma se questo lavoro non viene affiancato ad una analisi ed un lavoro più profondo, più sottile, ma sicuramente più strategico, saremo destinati per chissà quanto tempo alla sconfitta. E a fare la nostra, forse ultima battaglia contro la peggiore delle riforme : quella che definitivamente toglierà il “ noi “ dal nostro vocabolario.


Giuseppe Quaranta


Segreteria Prc-SE federazione di Bologna




sabato 14 febbraio 2009

Europee/ Paolo Ferrero (Prc) ad Affaritaliani.it: nessuna fusione con il Pdci. Lista aperta a tutti, ma con il nostro simbolo e falce e martello

Nessuna fusione tra il Prc e i Comunisti Italiani in vista delle elezioni europee. A dirlo chiaramente è il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, intervistato da Affaritaliani.it. "Noi abbiamo avanzato una proposta diversa, che è quella di fare una lista di tutta la sinistra di alternativa anti-capitalista e comunista, tutta assieme. In cui ci può anche stare il Pdci, come spero che sia, ma non solo. E' una proposta aperta a tutti (compresi quindi anche i Verdi e il movimento di Vendola, ndr) a partire da tre punti chiari".

"Il primo - spiega Ferrero - è che si vada nel gruppo della Sinistra Europea, dove sta Rifondazione oggi. Perché la maggioranza delle direttive Ue vengono votate assieme dai socialisti, dai popolari o dai liberali. E noi di stare in una lista dove poi magari i deputati finiscono nel gruppo socialista a votare le direttive europee che non vanno bene non lo vogliamo".

Il leader di Rifondazione aggiunge: "Il secondo punto è che ci sia l'impegno di modificare l'Unione europea sul versante delle politiche economico-sociali, a partire dalle liberalizzazioni e dagli accordi di Maastricht. Terzo: proponiamo che il simbolo da cui si parta per discutere sia quello di Rifondazione, deve esserci la falce e il martello. L'idea di fare cartelli che abbiano come unico scopo quello di prendere i voti per eleggere qualcuno non funziona. Pensiamo che si debba andare con un'idea politica chiara. E l'idea è che dalla crisi si può uscire ma bisogna fare in modo che i ricchi la paghino, altrimenti non se ne esce".

martedì 27 gennaio 2009

Il Prc deve ritrovare il suo popolo

da www.aprileonline.info

Intervista al responsabile organizzazione nazionale del Prc Claudio Grassi

Una parte della minoranza che al congresso estivo di Chianciano aveva animato la mozione 2 ha scelto sabato scorso, sempre a Chianciano, di lasciare il partito. Un'altra invece ha optato per restare. Il Prc vive uno momento importante, perde esponenti come Vendola o Giordano, dopo una lunga stagione di alta tensione interna che ha avuto il suo apice con il caso Sansonetti, mentre incombe la crisi economica e si avvicinano le scandenze elettorali. Con Claudio Grassi, responsabile organizzazione, abbiamo commentato questi recenti avvenimenti, cercando di capire quali sfide future attendono il partito e come questo intende rispondere.

Sabato, con un'assemblea a Chianciano, parte della mozione 2 che ha animato il congresso di luglio, con in testa Nichi Vendola, ha scelto di lasciare ufficialmente il partito. Come valuti questa decisione?
Una scissione è sempre una esperienza negativa, avrei preferito che non si realizzasse. Detto questo, non possiamo che prenderne atto.

Coloro che lasciano il partito sostengono che la vostra segreteria ha reso impossibile la loro permanenza perché ha soffocato lo spazio di agibilità politica, cioè li ha di fatto isolati e costretti al silenzio. Come rispondi a questa critica?
E' una accusa che contesto perché non vera, perché smentita dalla realtà. Fin da subito dopo il congresso di Chianciano la prima proposta che abbiamo rivolto, come maggioranza, alla minoranza della mozione 2, è stata quella di partecipare alla segreteria. Un comportamento, il nostro, completamento opposto a quello avuto dal segretario Bertinotti in occasione del precedente congresso. Sempre a Chianciano abbiamo confermato un tesoriere che aveva sottoscritto il secondo documento ed abbiamo eletto un presidente del collegio di garanzia che, anche lui, aveva firmato la seconda mozione. Se vogliamo attenerci ai fatti, quindi, la critica non ha fondamento.

Eppure i vendoliani che lasciano il Prc vi rimproverano di aver cancellato la democrazia interna, il dissenso e la critica verso la maggioranza del partito, citando il caso Sansonetti come emblema del vostro scarso senso democratico...
Il caso Liberazione è stato usato in modo scorretto. Il punto da cui partire per comprendere quanto è accaduto è che la nostra maggioranza si è trovata a rapportarsi non con un giornale di partito critico o autonomo rispetto a questo stesso partito -condizione che non avrebbe creato alcun problema-, bensì con un organo di informazione che all'indomani di un Congresso in cui si decideva di puntare sul rilancio del Prc, proseguiva ad essere il megafono di un progetto politico opposto, cioè quello dello scioglimento del Prc. Questo ci ha spinto a cambiare direzione: non c'è nessun giornale politico che sostiene il contrario di ciò che propone il partito di riferimento.
La questione perciò non ha avuto a che fare con la necessità che un quotidiano partitico dia conto del dibattito interno ad esso, che consideriamo scontata.
Inoltre vorrei ricordare che anche prima della direzione di Sansonetti Liberazione era un organo di informazione autonomo, non è mai stato un megafono passivo e acritico del Prc, ma si confrontava con esso. Greco sarà un direttore fedele a questa ispirazione, cioè indipendente ma in rapporto di confronto col partito.

Come valuti la nuova operazione a cui Vendola e i suoi si apprestano ad impegnarsi?
La proposta politica sostenuta da questi compagni incontra non pochi problemi. Il primo consiste nel dato per cui, come già da settimane abbiamo avuto modo di verificare, una parte significativa della mozione 2 ha deciso di restare. Il secondo risiede nella scarsa omogeneità di prospettive che si ravvisano tra coloro che hanno scelto di uscire: alcuni hanno dichiarato di voler lasciare da subito, mentre altri hanno richiesto più tempo. Per questo la scissione mi sembra una operazione sbriciolata. L'altro elemento di difficoltà sta nel fatto che più si scende verso il basso, raggiungendo i territori, più le dimensioni della scissione si riducono fino a scomparire nei circoli. C'è poi un altro aspetto che mi ha molto colpito in questa discussione dei compagni che lasciano il nostro partito.

Cioè?
Una parte dei vendoliani, per voce di autorevoli rappresentanti, sostiene che se si spaccasse il Pd e D'Alema fosse libero di diventare il nuovo riferimento del partito della sinistra, essa sceglierebbe questa nuova casa come propria. Noi avevamo detto da subito che intravedevamo in questa scissione una svolta a destra e il superamento delle ragioni del Prc: ecco che oggi, di fronte a tali dichiarazioni, possiamo dire che la nostra previsione non era una forzatura politica irrealistica.

Ti riferisci a quanto dichiarato da Rina Gagliardi?
Dalla Gagliardi, ma anche da Gianni e altri ancora. Vorrei specificare che una possibile spaccatura del Pd, con la conseguente nascita di un partito socialdemocratico, è una eventualità che anche io reputo positiva. Ma alcuni esponenti che stanno lasciando il partito fanno di più: la indicano come la loro casa politica, il proprio spazio per fare politica. Ma allora, mi chiedo, perché hanno militato tutti questi anni nel Prc e non nel Pds? Magari dando una mano a fortificare la componente maggiormente di sinistra della socialdemocrazia?
Mi dispiace ma non posso non sottolineare come questi compagni, che hanno sottoscritto la mozione 2 e oggi però lasciano il partito, abbiano giocato di ambiguità: al congresso infatti non hanno apertamente affermato di voler superare il Prc, di voler attuare una scissione. Quando noi sostenevamo che questo era il loro sbocco, ci hanno sempre contestato, affermano che non fosse vero.

I vendoliani che lasciano sostengono che rispetto a luglio, al congresso, lo scenario sociale e politica sono cambiati...
Si, sono cambiati il contesto sociale e politico, ma resta il fatto che si erano impegnati a restare nel Prc...Invece oggi organizzano una scissione cercando di approdare in un partito non comunista. Insomma hanno occultato i veri obiettivi che volevano perseguire.

Tu citavi il comunismo come un vostro riferimento ideologico, mentre affermi che i vendoliani lo vogliano mettere in soffitta. Qual è il comunismo a cui guarda il Prc nel 2009?
Anche su questo consentimi una critica. Il modo con cui i compagni che se ne vanno hanno rappresentato il nostro dibattito in merito al nostro profilo ideologico-culturale è stato scorretto perché lo hanno alterato artificiosamente riducendolo ad un ripiegamento vetero-identitario. E' stato un escamotage per giustificare le loro scelte. L'attuale Prc non vuole rinunciare alla propria identità, perciò mantiene ferma la questione del comunismo, ma sempre col sostantivo della rifondazione, che ci consente di non dimettere lo sguardo critico verso la nostra storia passata per fare tesoro degli errori commessi. Perciò ci siamo chiamati fin dall'inizio Rifondazione comunista.

Quale sono le sfide che attendono il Prc? Su cosa lavorerete?
Il senso di questa Rifondazione, come detto a Chianciano in occasione del congresso, è quello di uscire dalla crisi politica vissuta "in basso a sinistra". La nostra prima aspirazione è ricostruire una connessione sentimentale con il nostro popolo compromessa da due anni di governo. Tornare ad essere attivi e visibili nella società. Da qui nasce un impegno del partito a sostegno dello sciopero del 13 febbraio, da qui nasce l'esigenza di mettere al centro della nostra azione politica la crisi economica e il contrasto alle misure (inadeguate) decise dal governo. Su questi temi staimo cercando di costruire faticosamente iniziative e propaganda. Lavoro, ammortizzatori, precariato, migranti, questione di genere, ambiente: sono questi i cardini della nostra azione.

Già la questione di genere. Anche questa è entrata nella polemica sul caso Sansonetti: la minoranza vi criticava accusandovi di voler azzerare quella direzione che più di tutte aveva aperto il giornale alle tematiche di genere, alle rivendicazioni femministe...
Cosa che non abbiamo intenzione di fare perché restano un tema centrale della nostra prospettiva politica, anche e soprattutto in un contesto di crisi economica: le lavoratrici sono quelle che più pagano la crisi e le misure che si vorrebbero attuare per uscirne. Penso alla proposta del governo sulla crescita dell'età pensionabile delle donne.

Dal punto di vista pratico cosa sta facendo il Prc?
Sta rimettendo in piedi la macchina organizzativa: il giornale, perché esca dalla crisi, e poi il rilancio del tesseramento.

Un ultima domanda non può che riguardare l'appuntamento elettorale di giugno. La vostra linea, vincente al congresso di Chianciano, punta sulla corsa in solitaria alle europee di Rifondazione. Ma se dovesse arrivare una riforma del sistema di voto con uno sbarramento del 4%, rivedrete le vostre posizioni, magari accogliendo la proposta che viene da più parti di un cartello elettorale per evitare una polverizzazione della sinistra?
Il cartello elettorale è una ipotesi che ha già fallito ad aprile scorso. In nome di una emergenza, come appunto lo sbarramento alle europee, non si può pensare di incassare voti con un assemblaggio indistinto, perchè saremo nuovamente puniti dagli elettorai. Col cartello elettorale si creerebbe un serraglio di formazioni che pur correndo insieme, poi siederebbero in Europa in gruppi parlamentari diversi: Sd con il Pse, il Prc con il Gue e via di seguito. Come potrebbero allora votarci gli elettori? Non saremmo credibili ai loro occhi.
Questo però non vuol dire non essere interessati all'unità della sinistra.
Si deve lottare contro lo sbarramento e la riforma elettorale, poi qualora fosse attuata e con uno sbarramento alto, il Prc comunque si presenterebbe con il proprio simbolo e la propria lista, ma aprendola alle altre forze che con Rifondazione condividono lo stesso gruppo di adesione europeo e le istanze programmatiche. Il Prc è aperto alle forze comuniste.

Tu parli del Pdci, che però con il segretario Diliberto vi chiede una riunificazione. Che ne pensi di questa ricomposizione fra i due partiti comunisti?
Le ricompattazioni non si attuano perché ci sono le elezioni, ma si fanno partendo dalla lotta comune nei territori: circostanza che se avviene non può che rendermi felice. In una competizione elettorale si possono invece trovare intese elettorali, che nel nostro caso si fondano sulla possibilità di aprire le liste del Prc.

martedì 20 gennaio 2009

Elezioni per il governo dell'Assia - La Linke al 5,4 %


I cristiano-democratici (Cdu) della cancelliera Angela Merkel si confermano il primo partito e ricevono una spinta notevole in vista delle elezioni nazionali, tra otto mesi. Soprattutto, i liberali di Guido Westerwelle e i Verdi di Cen Özdemir ottengono rispettivamente il 16 e il 14% dei voti: per ambedue i partiti si tratta di un balzo di oltre il 6%. Con il 5,4% la Linke di Oskar Lafontaine supera di lo sbarramento elettorale del 5% e conferma un trend in crescita anche in un Land storicamente difficile per la sinistra.
Per la Spd il 23,8%, il peggior risultato ottenuto in Assia dal dopoguerra.

Dal messaggio di fine anno del 31 dicembre 1981 - Sandro Pertini


....SIAMO PREOCCUPATI DI QUANTO STA AVVENENDO NEL MEDIO ORIENTE. UN FOCOLAIO DI GUERRA E' ACCESO. L' IRAK E L' IRAN SI COMBATTONO IN UNA GUERRA STOLTA E FOLLE. ISRAELE HA OCCUPATO ED OCCUPA TERRITORI ALTRUI. ORA IO QUESTO VORREI DIRE AL POPOLO DI ISRAELE. SIAMO SEMPRE STATI AL SUO FIANCO, AL FIANCO DEGLI EBREI QUANDO ERANO PERSEGUITATI; MA GLI EBREI NON SONO STATI PERSEGUITATI, PRIMA DI AVERE UNO STATO, NELL' ORIENTE, DAGLI ARABI. SONO STATI PERSEGUITATI IN EUROPA, DAGLI EUROPEI. E FINALMENTE, POI, DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE, EBBERO UN TERRITORIO ED UNA PATRIA. E QUINDI ANCHE UN TERRITORIO ED UNA PATRIA, A MIO AVVISO, DEVONO AVERE I PALESTINESI, ALTRIMENTI NON VI SARA' MAI PACE NEL MEDIO ORIENTE. E ABBIAMO RAGIONE DI PREOCCUPARCENE, PERCHE' DA UN PICCOLO INCENDIO PUO' DERIVARE UN PIU' VASTO INCENDIO, E DAI CONFLITTI CHE SI SVOLGONO NEL MEDIO ORIENTE POTREBBE DOMANI ACCENDERSI QUELLA CHE E' LA TERZA GUERRA MONDIALE. SAREBBE LA FINE DELL' UMANITA'...

giovedì 8 gennaio 2009

Presidio - ore 18 piazza Nettuno - Tacciano le armi a Gaza e in tutto il Medioriente

Gaza, sindacati e associazioni in piazza per chiedere che tacciano le armi

E’ previsto oggi alle ore 18 in piazza Nettuno, il presidio organizzato da Cgil, Cisl e Uil per chiedere che “tacciano le armi a Gaza e in tutto il Medioriente”. “Gaza e la sua popolazione - sostengono i sindacati bolognesi - stanno ora subendo una rappresaglia di violenza inaudita e del tutto sproporzionata, in una terra in cui il diritto internazionale e il diritto umanitario sono stati permanentemente violati, in cui la popolazione è stata sottoposta a una brutale punizione collettiva, e dove bombardamenti e azioni militari stanno causando un numero altissimo di vittime civili, tra le quali molti bambini. La comunità internazionale non può assistere impotente a una sorta di soluzione finale della questione palestinese. Per questo chiediamo a tutti coloro che condividono questo obiettivo e la grave preoccupazione per quanto sta avvenendo, di mobilitarsi partecipando all’iniziativa”.

Al presidio in piazza Nettuno sarà presente anche il sindaco Sergio Cofferati, che prenderà la parola insieme al segretario bolognese della Cisl Alessandro Alberani. All’iniziativa hanno aderito Arci, Acli, Anpi, Emergency Bologna, Centro di cultura islamica, Don Giovanni Nicolini, Auser Bologna, Rete Lilliput Bologna, Nexus Emilia Romagna, Iscos Emilia Romagna, Gvc, Arcimondo, Spazio Studentesco, Donne in Nero, Sinistra Democratica, Il Cantiere, Verdi, Partito Democratico, Partito Socialista, Partito Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista.

giovedì 1 gennaio 2009

Alcune considerazioni sulla questione palestinese


Le drammatiche notizie che ci giungono in queste ore da Gaza, oltre a provocare in noi militanti di sinistra indignazione, preoccupazione, angoscia e rabbia, ci portano spesso degli interrogativi, dalle risposte non sempre facili.


E la domanda non è “ di chi è la colpa ? “, qui c'è poco da discutere. Le responsabilità, non solo in quest'ultima carneficina sono chiare, palesi. Israele e le sue politiche hanno responsabilità inequivocabili. Come tante responsabilità hanno tutti gli Stati dell'occidente che nei decenni hanno appoggiato, avallato, spinto o semplicemente non contrastato le politiche di occupazione violenta di Israele. Per non parlare della sistematica violazione delle risoluzioni dell'Onu da parte di Israele nel silenzio delle stesse Nazioni Unite.


L'impossibilità dell'equidistanza tra Israele e Palestina, cioè quindi tra oppressore feroce e oppresso è ( o meglio dovrebbe essere ) quindi patrimonio e punto fondante per una sinistra coerente, ma la domanda dalla risposta più difficile rimane quella sul rapporto del movimento internazionale di solidarietà con la Palestina nei confronti di Hamas. Ovviamente, partendo da una considerazione fondamentale e cioè che ogni popolo ha il diritto di scegliersi il proprio governo. Quindi, nei considerare la questione palestinese oggi, non possiamo non legittimare il governo che i palestinesi stessi si sono dati nelle ultime elezioni.

E la domanda non è neanche quella di chiedersi se sia giusto per un popolo oppresso e sotto occupazione armata resistere nei modi che ritiene opportuni, fa anche questo parte del suo diritto.

La vera domanda è se in Hamas e quindi nel fondamentalismo islamico si possa trovare la soluzione alla drammatica situazione del popolo palestinese.


La mole di fuoco piombata su Gaza non ha giustificazione, ciò che sta emergendo da settori della destra italiana ad esempio, per giustificare questa nuova guerra da parte di Israele è a dir poco agghiacciante. E' quanto mai urgente una forte mobilitazione contro queste violenze inaudite, contro questi attacchi dalla ferocia difficilmente eguagliabile. La nostra solidarietà al popolo palestinese deve arrivare in maniera chiara e forte. Ma questa solidarietà, deve essere innanzitutto indirizzata nei confronti del popolo palestinese.


In un ottica di campi contrapposti – imperialismo Usa-Israele e stati che oggettivamente assumono una funzione antimperialista – viene spontaneo ad alcuni settori della sinistra di “ schierarsi “, nello scacchiere mediorientale con Hamas, con Hezbollah in Libano, con la variegata resistenza irachena ecc. Ma sarebbe sbagliato, semplificare e schematizzare. Si può da comunisti ad esempio, appoggiare acriticamente Hezbollah sapendo che ha decimato il partito comunista libanese ? Si può appoggiare contemporaneamente la resistenza baathista e laica irachena in parte legata alla figura di Saddam Hussein e contemporaneamente appoggiare l'Iran di Ahmadinejād ? Con troppa faciloneria, si rischia di giocare, dai salotti di casa nostra ad un macabro Risiko, dove il nemico del mio nemico è sempre e comunque mio amico.

La situazione è purtroppo, tanto più complessa e tanto più drammatica. Tanto più che non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio processo rivoluzionario come è in atto in America Latina, dove è molto più facile individuare l'interlocutore.


E' evidente, che le difficoltà ( dovute ad elementi però non solo soggettivi ) di una sinistra laica, progressista e radicata nel mondo arabo abbiano favorito da un lato Israele e le sue pulsioni più violente e feroci, dall'altro le organizzazioni fondamentaliste islamiche : non è un caso, che questi aspetti si sono spesso intrecciati.

Dal finire degli anni settanta, con una forte escalation negli anni ottanta, le varie organizzazioni islamiste a vario livello, furono finanziate dai governi e dalle autorità militari israeliane*, in funzione anti-Fatah proprio per bloccare il processo che avrebbe potuto portare se non alla creazione di uno stato palestinese almeno a condizioni migliori di quelle attuali per i palestinesi.

In quel periodo, mentre l'offensiva nei confronti di Fatah si faceva durissima e la corruzione di quest'ultima raggiungeva livelli inaccettabili, fiorivano le strutture legate al mondo islamista ( nella sola Gaza nel 1992 le moschee diventano oltre 600 ). I contributi economici che Hamas riceveva in vario modo ( più o meno direttamente dal governo israeliano, nonché dai contributi dell'allora parte più agiata dei palestinesi che versava regolarmente quote all'organizzazione musulmana ), si sono trasformati in welfare diffuso : ospedali, scuole e tutto quello che concretamente conduce ad un reale radicamento tra il popolo.

La caduta del muro, il crollo dell'Urss di certo non aiutarono le organizzazioni ed i partiti progressisti e laici, in qualche modo legati al movimento comunista e progressista internazionale, avallando ancor di più la tesi che la “ prospettiva islamica “ era l'unica percorribile per il martoriato popolo palestinese.


Il rafforzamento di Hamas ( dalla storia sempre molto contraddittoria : nel '91 ad esempio, l'organizzazione islamica fu molto timida nel condannare la prima guerra del Golfo, cosa che fecero senza esitazione sia Fatah che Arafat), ebbe come conseguenza il rafforzamento di una destra ancora più feroce in Israele, che è riuscita ormai a permeare anche settori più moderati della politica e della cultura israeliana.

Da quel momento, i rispettivi rafforzamenti si “ tengono “ : più violenza da parte di Israele, più si rafforza Hamas e se questa cresce, cresce ancor di più la violenza israeliana.

Hamas, oggettivamente finisce per essere “strumento” del governo israeliano. Non si può non vedere questo drammatico aspetto. In questi tristissimi giorni, questo “ indiretto ” legame tra Hamas e Israele è molto evidente.

Ora più che mai la guerra appare come uno strumento che favorisce le posizioni più violente, fasciste ( per dirla come Mohammed Nafa'h, segretario del partito comunista israeliano ) della destra e di quasi tutto il mondo politico israeliano : il dramma è che si sta facendo una vera e propria campagna elettorale massacrando centinaia di persone nel silenzio, quando non nell'appoggio della comunità internazionale


Oggi però, davanti un tale massacro le organizzazioni e i partiti attivi nella resistenza a questa ennesima e vile aggressione devono giustamente collaborare, non possono fare altro : le spaccature sarebbero dannose per tutti. Fa benissimo quindi il FPLP ( Fronte Popolare per la liberazione della Palestina ) a farsi promotore in questi giorni di manifestazioni e raduni unitari**, facendo da “ cerniera “ tra Fatah e Hamas. Ma fa altrettanto bene nel cercare di risollevarsi, nel cercare di creare le condizioni affinchè rinasca una sinistra laica e progressista.


Il nostro compito ora deve consistere nel condannare il genocidio in atto a Gaza, condannare quei comportamenti che da anni provocano nei palestinesi inaccettabili sofferenze. Oggi, come ieri e come domani, è necessario stare al fianco del popolo palestinese, della sua eroica resistenza, della sua causa, impegnandoci, indignandoci, mobilitandoci.

Ma sapendo che difficilmente, senza la rinascita in Palestina di una sinistra forte, maggioritaria , realmente progressista e quindi laica si potrà a breve trovare una vera soluzione alla “questione palestinese “.




Giuseppe Quaranta

segreteria PRC-SE federazione di Bologna



note:


*vedi “ Una guerra empia “ e “ L'Alleanza contro Babilionia “ (Eleuthera ed.) di John K. Cooley ;


“ Koteret Rashit (ottobre 1987 ) settimanale israeliano

** intervista a Khalida Jarrar deputata del FPLP al consiglio legislativo da Il Manifesto del 31/12/08 ;


Per un quadro completo della questione palestinese e della storia della sinistra in Palestina “ PALESTINA 1881-2006. di Fabio De Leonardis (Ed. La città del Sole) “







domenica 28 dicembre 2008

Gaza: fermiamo la guerra. Subito

Paolo Ferrero e Fabio Amato

da Ramallah


La notizia dell’inizio dell’attacco israeliano a Gaza ci arriva mentre salutiamo Mustafà Barghouti, l’ultimo in ordine di tempo di una serie di incontri con i leaders di tutte le forze della sinistra palestinese. Ci aveva appena raccontato della drammatica situazione che aveva visto poche settimane prima, quando era riuscito ad aggirare il blocco della striscia, arrivando via mare, da Larnaca, a Gaza.
Una situazione disumana, con condizioni di vita sempre più misere. Più di un milione di persone senza cibo, medicinali, elettricità, acqua. Questa è la Gaza che viene bombardata indiscriminatamente dall’esercito israeliano. Questa è la Gaza che subisce una rappresaglia di violenza inaudita, sproporzionata e completamente ingiustificata, per la rottura del cessate il fuoco e l’irresponsabile lancio di missili qassam da parte di Hamas. Mesi di privazioni iniziate con la vittoria del movimento islamico nelle elezioni parlamentari del 2006 e che hanno visto solo peggiorare giorno dopo giorno la situazione. Due anni di blocco e assedio.
Le tv arabe rimandano in tutti i territori e in tutto il mondo le immagini di quella che è stata annunciata dall’esercito israeliano e accreditata dai suoi più accondiscendenti alleati – a partire dagli USA e dal governo italiano- come un operazione chirurgica. Al contrario, un massacro. Centinaia di corpi, di donne e uomini, di bambini, ricoperti di sangue, trasportati negli ospedali in cui manca di tutto. Sono queste immagini a scatenare la rabbia dei ragazzi di Qalandia, Ramallah, di Hebron, come di Jenin, che subito riempiono le strade o sfidano i soldati israeliani con il lancio di pietre e fionde. Li abbiamo visti al Check point di Qalandia –, accucciati dietro ad un terrapieni a tirare pietre mentre i soldati israeliani semplicemente sparavano con il fucile. E non sparavano lacrimogeni. Nessuno si aspettava un attacco cosi repentino. Si stava ancora cercando di far ripartire canali politico negoziali quando il girono di Natale abbiamo incontrato Abu Mazen ci aveva preannunciato la sua visita odierna in Arabia Saudita per tentare la ripresa di un canale diplomatico, sia con Israele che con Hamas. L’attacco degli aerei israeliani è stato sferrato mentre Abu Mazen era in volo, a segnare ancora di più quell’impotenza dell’autorità nazionale palestinese che uscirà da questa vicenda ancora più indebolita.

Perché in realtà la situazione è paradossalmente ancora più grave di quella che si possa immaginare guardando le immagine delle centinaia di morti di Gaza. Il problema vero è che oggi in Palestina non ci troviamo di fronte ad un processo di pace interrotto o che procede a rilento. Ci troviamo di fronte alla costruzione concreta di un regime di apartheid, che strutturalmente rende impossibile la realizzazione di quanto stabilito dagli accordi e cioè la costruzione di due stati per due popoli. La costruzione dell’apartheid non è dichiarata ma praticata e la costruzione del muro – meglio sarebbe dire dei muri – costituisce la sua affermazione concreta. Oggi in Medio Oriente non abbiamo un territorio palestinese e uno israeliano ma bensì un territorio israeliano che si espande progressivamente con nuovi insediamenti di “coloni” che vengono difesi dalla polizia e dall’esercito israeliano e uniti da strade che sono utilizzabili solo da auto con targa israeliana. Parallelamente i check point rendono gli spostamenti dei palestinesi dei calvari interminabili, senza contare che i varchi nel muro, possono essere chiusi in ogni momento. I diritti dei palestinesi semplicemente non esistono perché possono essere sospesi in ogni momento, in ogni luogo, per qualsiasi motivo, dalle forze dell’ordine. Come ci ha detto un pastore luterano incontrato a Betlemme, la Palestina sembra una fetta di gruviera, dove Israele ha il formaggio e i palestinesi i buchi. Questa condizione che caratterizza la situazione degli ultimi anni è oggi aggravata da due elementi.

Da un lato la campagna elettorale israeliana. Per paura che le forze della destra aumentino i consensi, le forze di governo hanno nei fatti cominciato la campagna elettorale attaccando Gaza. Mettere i palestinesi in una condizione ancora peggiore è il vero motivo su cui si giocheranno – in nome della sicurezza – due mesi di campagna elettorale.

In secondo luogo il cambio della leadership statunitense, con i fratelli musulmani di cui fa parte Hamas – e con l’appoggio dell’Iran - che hanno tutta l’intenzione di accreditarsi come vero interlocutore con cui dover scendere a patti da parte degli USA.

E’ quindi tutto il processo di pace e la possibilità di costruire due stati per due popoli che viene bombardato a Gaza.

Per questo è necessario che un aiuto immediato venga dall’esterno. Occorre lavorare da subito e mobilitarsi per richiedere la fine dell’aggressione a Gaza e la fine dell’operazione militare che negli annunci dell’esercito israeliano dovrebbe durare vari giorni ed estendersi ulteriormente. Dobbiamo chiedere che il governo italiano e l’Europa chiedano con nettezza la fine incondizionata dell’aggressione da parte israeliana. Si riunisca d'urgenza il consiglio generale delle Nazioni Unite. Occorre chiedere che queste non si accodino, come da troppo tempo succede, a quanto sosterranno gli Stati Uniti, o - peggio ancora,- si producano in vuote dichiarazioni di buon senso a cui non seguirà nulla.
Il silenzio sul boicottaggio continuo, quotidiano degli accordi di pace, diventa complicità e questa complicità deve essere d enunciata per poter essere fermata.

I ragazzi palestinesi sono scesi in piazza oggi spontaneamente rischiando la vita. Domani (oggi per chi legge) è stato proclamato uno sciopero generale dei territori. Facciamo sentire la nostra voce anche noi, che non rischiamo nulla, per denunciare l’aggressione e per chiedere la fine immediata di ogni azione militare. Perché è con la politica e non con i missili che si può costruire la pace in Medio Oriente.

venerdì 19 dicembre 2008

Intervista a Rino Formica

di Stefano Bocconetti

da Liberazione del 19/12/2008


Rino Formica conosce bene quel periodo, sedici anni fa. Quel periodo che ha cambiato il volto di questo paese. Dirigente socialista, vicino al segretario di allora, Bettino Craxi - ma mai tenero col suo partito: fu lui ad inventarsi l'espressione «nani e ballerine» per definire il «parlamentino» del Psi -, sfiorato da Tangentopoli - il processo che lo riguardava a Bari è finito con la sua completa assoluzione -, per lungo tempo s'è tenuto lontano dalla politica. Prima di dar vita ad un piccolo movimento, una sorta di circolo culturale o poco più: «Socialismo è libertà». E' Formica, dunque, la persona giusta per capire le analogie fra quel che accade oggi e quel che avvenne nel '92.

Allora, Formica, in quel biennio...
Biennio "viola"...

Viola?
Sì, il colore della tristezza.

Comunque che accadde fra il 92 e il 94? E in qualche modo assomiglia a quel che sta avvenendo oggi?
Io credo che siano molto più preoccupanti le vicende di oggi.

In che senso?
Vediamo. Nel fra il '92 e il '94, era aperta una grande questione. Questa: il sistema politico, quello basato su grandi partiti di massa, era ancora forte ma stava rivelandosi inadeguato a cogliere le trasformazioni della società, intervenute dopo la caduta del Muro. C'era insomma un sistema che non era riuscito ad adeguare le sue dottrine, la sua pratica politica, la scelta della classe dirigente alla nuova situazione.

Non è immediato il nesso con quello di cui stiamo discutendo. Che c'entra Tangentopoli?
Ecco, ci arrivo. Io dico che in quel sistema politico - che, comunque, non scordiamolo, godeva ancora di un largo prestigio - furono introdotti "elementi reali" ma non fondamentali.

Per essere ancora più espliciti?
Voglio dire che c'era un problema reale, perché il sistema dei partiti era davvero degenerato nell'uso politico - o parapolitico - del denaro. Dei soldi. C'era questo, è evidente a tutti. Ma il "cuore" del problema era appunto la crisi del sistema politico, la sua incapacità ad adeguarsi a ciò che stava mutando.

Invece?
Invece hanno scelto di derubricare una vicenda così complessa a "questione morale".

Perché usa il soggetto plurale?
Oggi si usa l'espressione poteri forti per definire quel soggetto. Ma è un po' troppo generico. E' evidente che in quel caso ci fu una forte pressione internazionale.

Ma non le sembra di esagerare? E perché il capitalismo internazionale avrebbe voluto liquidare il suo ex partito? Onestamente non mi pare che facesse così paura...
E secondo lei di chi avevano paura? Di una sinistra che mobilitava la piazza? Ma quello era folklore... No, loro temevano le riforme, a loro creava problemi un partito di sinistra autonomo, fastidioso come il Psi. Loro non tolleravano soprattutto una scelta dei socialisti: quella di difendere l'intervento pubblico in economia.

A quel punto che accade?
Che nel biennio "viola" si rompe l'equilibrio fra potere politico e altri poteri.

Immagino parli dei giudici.
Giudici che a quel punto hanno la tentazione, l'illusione, di passare dall'essere un potere autonomo a diventare un potere sovrano. Così il potere politico, che è l'unico costruito sul consenso popolare, viene mortificato, abbattutto. Umiliato.

Faccio la parte dell'avvocato del diavolo: ma queste sono espressioni che usa la destra, non le pare?
Non diciamo sciocchezze. La sinistra, quella nella quale mi sono sempre riconosciuto, ha sempre avuto un rispetto assoluto per l'autonomia della magistratura. Sacrosanta. E voglio anche dirti un'altra cosa. Non tutti ricordano che "magistratura democratica" è nata quasi esclusivamente grazie alla spinta dei socialisti, negli anni '60. Questa è la verità. Proprio per conquistare l'autonomia dei giudici, proprio per rompere un ordine gerarchico che era soffocante.

Poi cos'è successo?
Che l'autonomia si è via via trasformata. E l'obiettivo è diventato quello di proclamarsi potere politico sovrano. Quando è accaduto? Dalla stagione del terrorismo, dalla stagione dell'emergenza. Da allora hanno dovuto inventarsi altre emergenze: la mafia, poi Mani Pulite.

E oggi siamo ancora in quella fase?
Diciamo che oggi quel che è avvenuto all'inizio degli anni '90, avviene ma in una versione "casareccia". Nostrana. Perchè i grandi potentati internazionali sono davvero disinteressati a ciò che accade nel nostro paese.

Mi scusi, ma prima diceva che le vicende di queste ore sono più preoccupanti?
E lo ripeto, sono più preoccupanti. Perché oggi davvero la crisi è istituzionale. Perché i partiti - che 15 anni fa erano ancora di massa e autorevoli - oggi sono stati demoliti. Da chi ha definito negativa qualsiasi identità, perché oggi non ci sono sedi - istituzionali o politiche - dove denunciare tutto ciò.

Perché dice che non ci sono luoghi?
Perché sono state abolite le sedi di discussione. Oggi conta solo decidere. Pensi ai gazebo. Lì ci si va per il rito delle primarie. Dove si sceglie non solo il candidato sindaco ma anche il segretario regionale o nazionale, fa lo stesso. Con una sovrapposizione di ruoli e piani che neanche il fascismo aveva mai operato. Mai durante il ventennio si confusero i ruoli del potestà e del federale. Oggi, invece, la crisi è profonda, e investe davvero il piano istituzionale.

In pillole che accade?
Che da un sistema democratico stiamo passando ad un sistema post-democratico. Io capisco la destra che ha sempre avuto da guadagnare lasciando le cose come stanno. Ma non capisco davvero la sinistra: come si fa a non essere protagonisti di una riscossa della politica? Come si fa a non promuovere una difesa della questione democratica? Come si fa a non rileggere la storia recente e dire, una volta per tutte, che occorre far partire la riscossa del potere politico legittimato dal voto popolare?

Lei, insomma, si sta riprendendo le sue rivincite?
No, non gioisco, se è questo che mi chiede. Non gioisco dei guai del piddì. Anche se non dimentico che appena sei mesi fa, facevano propaganda al voto utile. Quello strumento che è servito a buttare via, brutalmente, dalla rappresentanza pezzi interi delle culture politiche. Esattamente di quelle che più di altre si sarebbero opposte all'umiliazione della politica da parte di un potere illegittimo.


mercoledì 17 dicembre 2008

Abruzzo: l'astensionismo segna distacco dalla politica e crisi bipolarismo. A sinistra segnali di ripresa

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc

Il dato centrale dell’elezione abruzzese è dato dall’astensionismo. Questo dato non si spiega solo con il distacco per la politica determinato da una questione morale che coinvolge ambedue i partiti maggiori. Mi pare stia emergendo, dentro la crisi, un ulteriore elemento di distacco dalla politica che è dato dalla sfiducia che la politica in quanto tale possa incidere positivamente nella capacità di dare risposte vere alla crisi e ai suoi effetti.

Da questo punto di vista la scarsa partecipazione al voto è indubbiamente un segnale di crisi del bipolarismo tra simili che è stato alla base della costruzione della seconda repubblica; è questo assetto istituzionale in quanto tale – e il quadro politico sotteso - che non viene percepito come capace di intervenire efficacemente sui problemi del paese. Proprio per questo, abbiamo posto la capacità di delineare una uscita a sinistra dalla crisi quale elemento fondante della linea politica su cui siamo impegnati come Rifondazione Comunista.Per quanto riguarda la sinistra, il disastro della sinistra arcobaleno non è ancora stato superato, ma siamo in una situazione di ripresa. Complessivamente si raddoppia rispetto ad aprile e si evidenzia come la presentazione di diverse liste, dotate di una propria identità, permetta di allargare di molto il consenso elettorale. Per quanto riguarda il risultato del Prc, anche alla luce della situazione interna, mi pare un risultato soddisfacente, che ci permette di ripartire nella costruzione di una seria opposizione di sinistra in questo paese. Non l’unità tra gli stati maggiori ma la costruzione dell’unità dal basso nell’opposizione è la strada da seguire per ricostruire la sinistra”.

lunedì 15 dicembre 2008

Formica: il leader pd faccia un congresso...

L' ex ministro del Psi «Allora solo Napolitano, Chiaromonte e Macaluso chiesero di guardare nell' ex Pci. Che soddisfazioni vivo in questi giorni»
«Però nel ' 92 Luciano e Walter tacevano»
Formica: il leader pd faccia un congresso e dica che lui e gli altri sbagliarono a non sostenere Craxi

MILANO - «Diciamolo francamente: soddisfazioni maggiori di quelle che stiamo vivendo non potremo più averne, da viventi». Rino Formica si lascia sfuggire un sospiro sognante, ma è solo un attimo. L' ex ministro e dirigente socialista dell' era Craxi, l' uomo che coniò lucidamente la definizione «nani e ballerine» e sentenziò: «La politica è sangue e merda» («ma non era per svalutarla, intendevo che è passione e contaminazione inevitabile»), si concede un sorriso: «Ma non sono di quelli che dicono "chi la fa l' aspetti"». Piuttosto attinge alla memoria per guardare al futuro: «Io riconosco il certificato di buona fede a tutti e le contraddizioni non mi appassionano. Però a questo punto Veltroni dovrebbe convocare gli organismi del Pd, un congresso, e riaprire la questione con onestà». In che modo? «Magari riprendendo il discorso di Craxi alla Camera, quando Bettino pose il problema, distinse le responsabilità individuali da colpire da quelle del sistema politico che sapeva e aveva accettato, e tutti rimasero zitti. I Veltroni, i D' Alema, i Violante stavano tutti lì, ma dov' erano? Ecco, si potrebbe cominciare così: premesso che sbagliammo a non alzarci, e abbiamo tenuto per sedici anni il Paese in stand-by e nella menzogna, allora tutti possono essere legittimamente garantisti...». Ha ragione Agostino Cordova a dire che questa è la Tangentopoli di chi si salvò la prima volta? «Vede, la storia non è mai una copia conforme. L' idea che bastasse ripulire alcuni angolini e tutto sarebbe tornato un paradiso terreste è andata in crisi da tempo. La magistratura agì in modo selettivo perché aveva bisogno di una copertura, lo sanno tutti. Ma ora è diverso. Ora è molto peggio». Perché peggio? «Oggi il denaro come arma della lotta politica è più essenziale e usato». Allora più che altro c' era una corruzione diffusa. «Quando scoppiò Tangentopoli c' era un misto di arricchimento personale e uso dei soldi nel sistema politico. C' erano ancora i partiti con ideali, fede, volontariato. Oggi tutto è legato al denaro, la gente la devi pagare, il partito si identifica con la persona. Ciò che era un misto diventa totalità». Violante dice che i magistrati hanno troppo potere. «Come diceva il buon Nenni, se fai una lotta per ragioni di purezza trovi sempre uno più puro che ti epura. Ma quando all' inizio degli anni Novanta anche le azioni irregolari dei magistrati furono approvate in nome di una ragione etica superiore, si evocarono dei mostri che nessuno ha più la forza di controllare. Violante dice "potere" e intende potere politico». Craxi come reagì a quel silenzio? «Rimase deluso dalla reazione della società civile. Quanto ai partiti, sapeva bene che la questione non sarebbe stata risolta allora ma davanti alla storia. A far fuori il Psi non c' era riuscito neanche il fascismo: questa è la vera responsabilità, da lì nasce la crisi della sinistra. Per sanare questa violenza ingiusta ci vorranno generazioni». Ma ci fu qualcuno nel Pds che allora non rimase zitto? «Chiaromonte scrisse un fondo sull' Unità in cui diceva: dobbiamo guardare in casa nostra. Ci fu una risoluzione sui problemi della giustizia presentata dai miglioristi, gente come lo stesso Chiaromonte, Macaluso, e Giorgio Napolitano: il Presidente fu tra coloro che capì. Ma Occhetto e gli altri si premurarono di farlo bocciare». Occhetto dice che l' errore del Pd è stato preferire Craxi a Berlinguer. «Sta ancora nella vecchia logica della diversità comunista». Possibile che nel ' 92 Craxi e i vertici del Pds non si siano parlati? «Oh sì, incontri ce ne furono, ma ingannevoli. Fassino scrisse una lettera di due pagine a Bettino perché desse il via libera all' ingresso del Pds nell' Internazionale socialista. Diceva che avrebbe risolto i problemi tra i due partiti in Italia, e questo a metà del ' 92, in pieno caos! Bene: Bettino diede il via libera il 15 settembre e tre giorni più tardi Occhetto lo attaccò sulla questione morale e diede via all' annientamento». Bell' ambientino, a sinistra... «Voglio dire una cosa: nel febbraio 1983, alle Frattocchie, Craxi e Berlinguer si incontrarono e presero posizione contro le interferenze della giustizia nelle amministrazioni locali. Il Pci non è sempre stato giustizialista». E Veltroni che deve fare, ora? «Non è un argomento che possa risolvere con un' intervista, avvisi ai naviganti interni al partito che riportano la politica a livelli tribali. Ogni politico può avviare un ripensamento. Ma la revisione dev' essere democratica e mostrare radici profonde, non di opportunità». Gian Guido Vecchi

Vecchi Gian Guido

Pagina 9
(9 dicembre 2008) - Corriere della Sera

Documento approvato alla sessione di Berlino della Sinistra Europea il 1° dicembre 2008 - Insieme per un cambiamento in Europa


Traduzione a cura di Claudio Buttazzo per la redazione www.comunistinmovimento.it

L’Europa del 21° secolo ha bisogno di pace, democrazia, giustizia sociale e solidarietà.

Piattaforma del Partito della Sinistra europea per le elezioni al Parlamento europeo del 2009

Le elezioni per il Parlamento europeo del giugno 2009 saranno un’opportunità per cambiare i fondamenti dell’Unione europea e aprire una prospettiva nuova per l’Europa.

Siamo di fronte a una crisi finanziaria, economica e sociale, una crisi generale del sistema che cresce di giorno in giorno. Essa amplifica e aggrava la crisi alimentare, energetica e ambientale. Approfondisce il divario tra i sessi. Ha un impatto diretto sulla vita di tutti i popoli d’Europa e del mondo. Lo shock che essa provoca ovunque nell’Unione europea è enorme. La crisi è causata dalla globalizzazione neoliberista, cioè dall’ irresponsabile scelta delle élite politiche ed economiche per un capitalismo devastante, il cui prezzo viene pagato dalle popolazioni. Essa mette in pericolo la pace, la sicurezza e la coesistenza internazionale.

Il mondo è stato trascinato in questa crisi globale dalla politica economica degli Usa, in particolare dall’Amministrazione Bush.

La crisi dimostra ancora una volta il fallimento del neoliberismo, di una globalizzazione che ha massimizzato i profitti dei mercati finanziari, che sono stati i principali attori sulla scena globale senza alcun controllo e alcun intervento da parte degli Stati. La politica, gli Stati e le intere comunità sociali sono subordinati allo strapotere dei mercati finanziari. Il risultato è evidente: la mancanza di democrazia e la fine dello stato sociale.

Politiche di bassi salari e di precarizzazione del lavoro, come conseguenza delle misure deflazionistiche applicate dai governi dei paesi sviluppati, hanno messo a repentaglio il sistema finanziario e creditizio.

I governi, le istituzioni e gli organismi economici mondiali come il Fondo monetario internazionale hanno imposto politiche di privatizzazione e deregolamentazione.

Di conseguenza, sono chiamati in causa i fondamenti neoliberisti dei trattati Ue, in particolare la loro insistenza su un’ “economia di mercato aperta e di libera concorrenza”, la libera circolazione dei capitali, la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, lo status e la funzione della Banca centrale europea.

Questa crisi storica che colpisce il cuore del capitalismo ci impegna a sostenere la resistenza dei popoli e ad aprire una prospettiva di cambiamento per l’Europa. La Sinistra europea ritiene che una via d’uscita da questa crisi la si può trovare solo con la lotta per una società democratica e sociale in Europa: “Un Europa dei popoli, non delle banche”.

Questa crisi è anche politica. Il NO irlandese, francese e olandese al Trattato di Lisbona e alla Costituzione europea hanno dimostrato come un sempre maggior numero di persone in Europa disapprovano le politiche antidemocratiche e antisociali dell’ Unione europea. Esse guardano alla costruzione europea come a qualcosa di distante e incomprensibile, come a qualcosa che non le riguarda, che ignora le loro speranze e la loro effettiva situazione.

Ribadiamo il nostro NO al Trattato di Lisbona. L’espressione democratica della volontà popolare deve essere rispettata all’interno di un nuovo processo democratico basato sulla partecipazione attiva dei cittadini, dei popoli e dei parlamenti nazionali. La partecipazione democratica e i poteri parlamentari devono essere rafforzati attraverso norme sulle petizioni popolari, sull’ampliamento co-decisionale e più forti relazioni tra i parlamenti nazionali e il Parlamento europeo. I cittadini europei devono poter discutere e decidere su un’alternativa al Trattato di Lisbona.

L’Unione europea interferisce nella vita dei popoli d’Europa. A 15 anni dal Trattato di Maastricht prevalgono ancora gli orientamenti neoliberisti. La vita e le condizioni di lavoro della maggioranza della popolazione europea sono rapidamente peggiorati: prolungamento dell’orario di lavoro e della vita lavorativa, salari insufficienti, crescita della disoccupazione di lunga durata e giovanile, del lavoro precario, temporaneo e tirocini non retribuiti sono una scandalosa realtà. In generale, i servizi pubblici vengono utilizzati per il profitto. Tutto questo fa crescere la pressione psicologica e fisica, le malattie, la paura; si ha una perdita del senso di solidarietà e un aumento della violenza contro i più deboli nella società. La situazione degli immigrati nei paesi membri dell’Unione europea, come pure la stessa politica sull’immigrazione della Ue, riflettono drasticamente questo stato di cose.

Dall’altra parte, i profitti sono aumentati enormemente, i dirigenti percepiscono retribuzioni astronomiche, anche quando le loro azioni producono risultati negativi. I ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Per quanto concerne i recenti avvenimenti in Europa, come il conflitto nel Caucaso,e gli sviluppi nel Kossovo, i trattati bilaterali con gli Usa per la costruzioni di basi militari statunitensi nell’Europa dell’Est e l’attuale corsa agli armamenti, è importante per l’Unione europea il rispetto del diritto internazionale e la ricerca di soluzioni politiche a qualunque conflitto.

La militarizzazione della politica estera di un’ Ue legata alla Nato deve essere sostituita da un altro concetto di sicurezza basato sulla pace, sul dialogo e sulla cooperazione internazionale.

Molta gente è delusa, frustrata dalle direzioni della politica europea. E tuttavia c’è anche tanta gente che lotta per la salvaguardia dei posti di lavoro e per la sicurezza sociale, per i servizi pubblici e per il proprio diritto a partecipare al processo di decisione politica. Lotta per una nuova politica, per il rispetto dei diritti sociali e individuali, per il rispetto dei diritti umani di chiunque viva sul territorio dell’Unione europea. L’immigrazione e il diritto d’asilo sono divenuti un problema urgente nella lotta politica. Così come va proseguita la lotta per la parità tra i sessi, per la democrazia, la giustizia e per il diritto di tutte le persone a vivere in dignità e solidarietà gli uni con gli altri.

L’Unione europea è più che mai di fronte a un bivio:

  • o essa continua nella sua attuale politica capitalistica, che sta alla base della crisi finanziaria, di sicurezza, alimentare ed energetica;

  • oppure diventa uno spazio di sviluppo sostenibile, di giustizia sociale, di pace e cooperazione reciproca, di uguaglianza tra i sessi, di partecipazione democratica e di solidarietà, uno spazio nel quale l’antifascismo, la lotta contro il razzismo, per le libertà civili e i diritti umani siano una pratica comune.

La Sinistra europea chiede che questa Europa sia un’Europa pacifica e civile, la cui economia sia socialmente ed ecologicamente sostenibile e si sviluppi sulla base della democrazia e della solidarietà. Ciò richiede una nuova sinergia tra le forze sociali e politiche. Richiede idee, iniziative e un duro lavoro da parte dei soggetti politici e delle forze democratiche, dei sindacati e dei movimenti sociali, dei rappresentanti della società civile. Una lotta comune deve dispiegarsi sia nelle strade che nelle istituzioni.

Noi dobbiamo unificare i movimenti di lotta per la pace e contro la guerra con i movimenti no global, con il movimento di chi si batte contro la precarietà di lavoro e di vita, con le lotte dei lavoratori, delle donne e dei giovani.
Insieme con i rappresentati delle altre forze di orientamento socialista, comunista e della sinistra verde nordica abbiamo collaborato con successo all’interno del gruppo Gue/Ngl al Parlamento europeo. Il carattere pluralista di questo gruppo ha arricchito le capacità creative della sinistra di opposizione tra il 2004 e il 2009. Vogliamo sviluppare ulteriormente questa esperienza nel nuovo parlamento europeo.

Alla luce della crisi attuale, la Sinistra europea è tanto più chiamata a svolgere un ruolo efficace nella promozione di una comune azione politica contro l’egemonia culturale e politica della destra.

Le politiche neoliberiste dell’Unione europea sono state possibili, tra l’altro, da quella sorta di grande coalizione determinatasi nel Parlamento europeo tra le forze conservatrici e i partiti del socialismo europeo. Questa convergenza è la causa principale della crisi della politica sul piano europeo. Ciò crea grandi contraddizioni all’interno dei partiti socialdemocratici europei.

La Sinistra europea è in competizione nei confronti dei partiti conservatori e liberali, di quelli socialdemocratici e dei partiti dei Verdi nei singoli paesi membri e nei confronti dei corrispondenti partiti europei, i quali sostengono la logica delle odierne politiche europee.

La Sinistra europea si batte per un cambiamento e per conquistarsi uno spazio politico in Europa.

La Sinistra europea riafferma la propria lotta conseguente contro qualsiasi tentativo della destra estrema e populista di accrescere la propria influenza in Europa.

SUPERARE LA CRISI: LE PERSONE PRIMA DEI PROFITTI

Per un’economia sociale ed ecologica in Europa

La crisi richiede una risposta coordinata a livello internazionale ed europeo.

La Sinistra europea è sinonimo di una politica basata su uno sviluppo economico e sociale ed ecocompatibile. Una politica finalizzata alla difesa e allo sviluppo delle conquiste sociali.

Contrariamente a quanto sostenuto dalla strategia di Lisbona, noi ci adoperiamo per una strategia fondata sui valori di solidarietà e cooperazione, per la piena occupazione e un razionale rapporto con la natura. Ciò è possibile solo modificando le attuali regole del sistema economico e finanziario internazionale.

E’ necessario rifondare l’Unione europea sulla base di nuovi parametri, che si basino sulle persone e sui loro diritti e non sul profitto.

Noi sosteniamo che i lavoratori non devono pagare per la crisi, soprattutto nel mentre le banche e le finanze vengono salvate. La logica del G7 e dell’Unione europea si propongono di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

E tuttavia, anche l’attuale legislazione consente la spesa per un piano pubblico di investimenti in grado di sostenere l’occupazione e la ristrutturazione in senso ecologico dell’economia.

In materia di finanze, la crisi rende evidente il ruolo determinante delle politiche di credito. Il credito deve essere reindirizzato verso i settori produttivi dell’economia e della società, verso il lavoro, le priorità sociali e ambientali, a partire dalle città e dalle regioni fino alla Banca centrale europea. Per realizzare questo riorientamento del credito e del denaro, noi sosteniamo il controllo politico e sociale sul sistema bancario e finanziario.

Noi sosteniamo il diritto dei lavoratori e delle loro organizzazioni, così come degli eletti nelle istituzioni locali, al controllo sull’uso dei crediti e dei sussidi.

Noi critichiamo gli obiettivi e le politiche attuali della Banca centrale europea, la sua assoluta indipendenza da qualunque controllo politico, la mancanza di trasparenza nelle sue decisioni e nei suoi atti. Ribadiamo l’urgente necessità che la sua politica monetaria risponda agli obiettivi di una nuova crescita economica e occupazionale, che sono una priorità rispetto al contenimento dell’inflazione.

Di conseguenza, il ruolo della Banca centrale europea va cambiato in sintonia con i criteri di un nuovo sviluppo occupazionale, sociale ed ambientale, attraverso una riduzione selettiva dei suoi tassi di interesse. La Bce deve essere sottoposta al controllo pubblico e democratico. Il suo statuto va cambiato. Il patto di stabilità deve essere sostituito da un nuovo patto di solidarietà, incentrato sulla crescita, la piena occupazione, la tutela sociale e ambientale.

E’ necessario tassare le transazioni finanziarie e la rendita in Europa e di abolire i paradisi fiscali. E’ anche necessario introdurre una tassazione sui capitali speculativi al fine di alimentare la creazione di un fondo europeo. I movimenti di capitali e, in particolare, i profitti non direttamente collegati con gli investimenti e il commercio devono essere sottoposti a controllo e tassazione.

La Tobin tax può essere uno strumento per finanziare iniziative industriali innovative nei settori indicati dalle agenzie internazionali e delle Nazioni unite con l’obiettivo di ridurre le emissioni globali e aumentare i posti di lavoro. Questo fondo europeo essere sottoposto agli indirizzi e ai programmi del Parlamento europeo: una sorta di “nuovo patto verde” del Parlamento stesso.

I beni comuni e i settori strategici dell’economia, compreso il credito e il sistema finanziario, devono essere socializzati (nazionalizzati), mentre vi è la necessità di ricostruire un sistema generale di welfare su scala europea. La privatizzazione dei servizi pubblici deve essere invertita. E’ necessario aumentare il salario e il reddito dei lavoratori. C’è bisogno di armonizzare il sistema impositivo europeo sulla base del principio della progressività fiscale.

Per quanto riguarda i nuovi diritti e poteri dei lavoratori e dei cittadini, tali poteri e diritti dovrebbero consentire loro di rompere il monopolio delle decisioni che oggi appartengono solo al mercato, in modo da giungere a una vera e propria trasformazione del potere politico. La democrazia deve iniziare con la partecipazione dei cittadini e deve essere estesa a ogni sfera della vita sociale.

Occorre una nuova politica salariale. Vanno respinte le sentenze della Corte di giustizia europea che rappresentano un forte attacco ai contratti collettivi e ai diritti. Respingiamo la direttiva Ue che estende l’orario di lavoro fino a 65 ore settimanali e che consente la flessibilità totale e la parcellizzazione del lavoro.

Siamo per una legge che non consenta di superare un massimo di 40 ore settimanali. E di conseguenza andrebbero modificate tutte le leggi e disposizioni nazionali in materia di lavoro. L’obiettivo devono essere le 35 ore settimanali a livello europeo. Andrebbero, invece, conservate le legislazioni nazionali più avanzate in materia di lavoro. Chiediamo un salario minimo su base europea che corrisponda almeno al 60% del salario medio nazionale e che non si mettano a repentaglio i contratti collettivi.

Per garantire una vita dignitosa, è necessario un reddito minimo garantito per i disoccupati, come pure è necessaria una pensione minima legata al salario minimo e agganciata al costo della vita. L’età pensionabile dovrebbe essere flessibile, tenendo conto delle migliori normative esistenti in materia in alcuni paesi membri della Ue.

Chiediamo un rafforzamento del diritto al lavoro per i migranti, ovunque essi si trovino nell’Unione europea. Una legge sull’immigrazione dovrebbe concentrasi sugli interessi dei migranti e non sugli interessi delle imprese che sono in ce4rca di mano d’opera a basso costo e costringono milioni di lavoratori migranti a lavorare in nero. Respingiamo qualsiasi direttiva europea che imponga provvedimenti di espulsione. Quello di cui c’è bisogno è la concessione del permesso di soggiorno per chi è in cerca di lavoro.

Ci opponiamo alla strategia di Lisbona che contempla il concetto della cosiddetta “flexicurity”. Le nostre priorità sono la lotta contro la povertà, l’emarginazione sociale e la precarietà, per la piena occupazione con posti di lavoro regolari, con l’aumento dei salari, con pensioni e indennità sociali. Le tasse devono essere non solo sul reddito ma sul capitale, consentendo la massima redistribuzione.

L’istruzione, l’assistenza all’infanzia e le cure per gli adulti, in caso di malattia e di vecchiaia, la sanità, l’approvvigionamento idrico e lo smaltimento delle acque reflue, l’approvvigionamento energetico, i trasporti pubblici, i servizi postali, la cultura e lo sport di massa non sono beni commerciali, ma servizi pubblici di pertinenza dello Stato. Perciò essi non devono essere sottoposti a regime di concorrenza con il minimo di costi e il massimo di profitti. Ci opponiamo, pertanto, alla loro privatizzazione e chiediamo un’inversione di tendenza restituendo alla proprietà pubblica quei servizi che sono stati privatizzati.

Per noi questione ambientale e questione sociale sono collegate. Pertanto, l’attuale situazione di crisi economica e finanziaria ci pone di fronte alla sfida del cambiamento dei modi di produzione e di un loro riorientamento in senso ecologico.

Siamo a favore di un nuovo trattato internazionale sulla base della 4° relazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici e del piano di azione Ue 2007-2009. Chiediamo la piena applicazione di quanto sottoscritto dalla Ue in tutti i settori che riguardano il clima e le politiche energetiche.

I seguenti punti rappresentano i requisiti minimi per l’attuazione di tutti gli impegni sottoscritti in materia climatica:

  • riduzione delle emissioni globali del 30° entro il 2020 e di almeno il l’80% entro il 2050

  • aumentare l’uso delle risorse energetiche rinnovabili di almeno il 25% ebtro il 2020

  • riduzione del consumo totale di energia primaria del 25% entro il 2020 e aumento dell’efficienza energetica del 2% l’anno, fissando un limite di consumo pro capite

  • introduzione di un obbligo di efficienza per l’industria

  • le sovvenzioni Ue devono essere destinate al campo dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili.

Noi siamo contro la riduzione del Protocollo di Kyoto ad un sistema di mercanteggio delle quote di emissioni. E’ necessario stipulare un trattato di Kyoto 2 per darsi una nuova startegia globale che consenta la riduzione delle emissioni e rendere lo sviluppo più giusto e più sobrio. E’ necessario un nuovo paradigma basato sulla cooperazione e non sulla concorrenza, iniziando a trasferire tecnologia verso i paesi in via di sviluppo, finanziando le tecnologie pulite e le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici.

L’acqua è una bene universale e l’accesso ad essa deve essere garantito come un diritto umano.

La protezione della natura e lo sviluppo delle risorse rinnovabili, la salvaguardia dei nostri beni paesaggistici, così come la garanzia dell’approvvigionamento alimentare, sono le sfide primarie che abbiado di fronte.

Chiediamo un’intesa per garantire il più elevato standard ambientali all’interno della Ue e per le biodiversità (iniziative concrete per la riduzione dei rifiuti, la protezione delle acque, contro la desertificazione attraverso strategie di salvaguardia del settore agricolo, per l’energia e la salvaguardia climatica).

Vogliamo impegnarci per una sostanziale revisione della politica agricola comune (Pac). Essa deve garantite a tutte le persone in tutto il mondo di poter decidere da sé sulla propria politica agricola, nel pieno rispetto dell’ambiente.

Ci opponiamo alle logiche neoliberiste in agricoltura. Va data priorità alla produzione agricola locale, alla qualità alimentare e l’abolizione dei vincoli per l’accesso dei prodotti al mercato mondiale.

L’acceso alla terra, alle sementi, all’acqua e al credito devono essere regolamentati attraverso una vera e propria riforma agraria in Europa e negli altri continenti.

Chiediamo una svolta nelle politiche agricole, con il sostegno alle biodiversità. Le sovvenzioni devono essere date con criteri economici, sociali e ambientali e non per favorire i profitti dei grandi produttori, ma favorendo le esigenze delle zone rurali, dei piccoli produttori, dei soggetti svantaggiati e delle zone di montagna.

Occorrono dei programmi di sviluppo dell’agricoltura biologica, vietando l’uso degli Ogm nella produzione agricola e alimentare, difendere e valorizzare la denominazione d’origine.

UN’ EUROPA DI PACE E COOPERAZIONE

Mai più una guerra dovrà partire dal suolo europeo La guerra non può essere considerata uno strumento della politica.

Il disarmo e la riconversione dell’industria bellica sono compiti di fondamentale importanza.

L’Agenzia europea di difesa va sostituita con un agenzia per il disarmo, per fermare la corsa agli armamenti, la proliferazione e il possesso di armi di distruzione di massa, così come la militarizzazione dello spazio e degli oceani, favorendo in tal senso la stipula di trattati di disarmo.

I conflitti che si manifestano nello spazio europeo richiedono la necessità della creazione di un nuovo sistema di sicurezza collettiva sul continente europeo.

Da crisi regionale il conflitto nel Caucaso si è trasformato in crisi internazionale, che ora coinvolge gli stessi Usa. L’Ue ha il dovere di adoperarsi per una soluzione politica del conflitto.

Al contempo, il dispiegamento delle forze Nato in Afghanistan e le crescenti richieste da parte degli Usa per un aumento della partecipazione europea al conflitto dimostrano il fallimento della strategia di intervento militare perseguita dall’Amministrazione Bush.

Ne emerge la crescente contraddizione tra gli interessi europei in materia di sicurezza e l’intervento militare nato con le sue strategie espansionistiche.

La Sinistra europea ribadisce la propria richiesta di scioglimento della Nato. Siamo contrari alla logica dei blocchi militari ed anche ai tentativi e alle politiche europee miranti alla creazione di strutture militari.

La sicurezza europea deve più che mai fondarsi sui principi della pace, del disarmo, entro il sistema Osca, in conformità col dirito internazionale e con i principi di un sistema riformato e democratizzato dell’Onu.

La Nato è uno strumento degli interessi degli Usa in Europa. La Nato ha continuato ad esistere anche dopo la fine della contrapposizione Est-Ovest. Non solo: essa è stata addirittura ampliata e trasformata in una strumento ancora più funzionale alle strategie egemoniche degli Usa. L’allargamento della Nato ad Est corrisponde proprio a queste logiche.

Gli accordi bilaterali con gli Usa per il raddoppio della base di Vicenza, così come con la Polonia e la repubblica Ceca per l’installazione dei sistemi missilistici Usa, ed anche quelli con la Bulgaria e la Romania per la creazione di nove basi, rappresentano una minaccia per la sovranità dell’Europa e creano un rischio reale di un nuovo confronto militare sul territorio europeo.

E’ necessario il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan della coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti. La comunità internazionale e l’Unione europea devono aiutare l’Afghanistan e la sua popolazione a trovare una soluzione politica, e non militare, sulla base del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.

Chiediamo la chiusura di tutte le basi Nato e Usa in Europa. Siamo contro gli impianti militari satellitari, siano essi degli Usa o dell’Europa. Sosteniamo pienamente tutti coloro che in Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria lottano contro tali installazioni. Respingiamo qualunque uso a fini militari del sistema europeo Galileo.
Lo sviluppo delle politiche economiche e commerciali dell’Ue devono conformarsi al principio di uguaglianza di tutti i paesi. Gli accordi bilaterali di partenariato sono sbagliati. La politica commerciale internazionale dell’Ue deve essere orientata verso il fine di dare risposte adeguate alla crisi sociale globale e ai problemi ambientali. La lotta contro la povertà deve essere al centro delle finalità della cooperazione allo sviluppo. Questa non deve essere una nuova forma mascherata di colonialismo, e perciò non deve trasformarsi in una sostegno unilaterale agli interessi delle industrie europee di esportazione.

Chiediamo anche che sia vietata la trasformazione degli alimenti in combustibile. Chiediamo l’annullamento del debito per i paesi più poveri del mondo e la revisione dei programmi di aggiustamento strutturale della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Siamo favorevoli a un ulteriore sviluppo della cooperazione mediterranea. Questa è la chiave per il raggiungimento della pace e della sicurezza nel Medio Oriente.

Occorre un processo democratico e trasparente per colmare il divario tra i paesi del Nord e del Sud del mediterraneo. Questo è l’unico modo per evitare di trasformare l’ambizioso progetto politico di Unione mediterranea in una struttura politica di disuguaglianza.

Un Mediterraneo di pace stabile e duratura è impossibile senza la risoluzione del conflitto in Medio oriente. La condizione è il riconoscimento del diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato indipendente. La Sinistra Europea si batterà con forza per spingere l’Unione europea ad agire in questa direzione.
L’Europa deve impegnarsi attivamente per porre fine all’occupazione militare dei territori palestinesi, per l’abbattimento del muro, in conformità col pare consultivo espresso dalla Corte penale internazionale, e per il rigoroso rispetto di tutte le risoluzioni Onu.

L’Europa deve chiede in questo il sostegno dei paesi arabi della regione.

La Sinistra europea si oppone alle politiche Usa e Ue di scontro con l?Iran sulla questione degli impianti per l’energia nucleare ed esige che si faccia una politica rigorosa di negoziati.

La Sinistra europea, al contempo, sostiene le forze politiche e sociali che in Iran si battono per il rispetto dei diritti umani.

La Sinistra europea ribadisce il proprio impegno a favore di un processo di sicurezza e cooperazione tra tutti gli Stati del Mediterraneo e del Medio Oriente, compreso il diritto all’autodeterminazione del popolo Saharawi sulla base delle risoluzioni Onu 1754 e 1783.

La Turchia deve rispettare i diritti umani, compresi quelli delle minoranze interne. Una politica democratica e pacifica nei confronti del popolo curdo contribuirebbe anche alla soluzione politica del problema curdo in altri paesi del Medio Oriente.

Il cambiamento del clima politica a Cipro dopo l’elezione di Dmitris Christofia a presidente della Repubblica apre nuove speranze e prospettive per gli sforzi di riunificazione dell’isola.

La Sinistra europea è favorevole alla creazione di tutte le condizioni politiche ed economiche per una pacifica convivenza dei popoli e degli Stati europei. L’Europa ha bisogno di uno spazio economico e sociale che non escluda nessun paese europeo. La Sinistra europea è a favore di un ulteriore allargamento dell’Ue e per la creazione di una pan-struttura europea che superi le divisioni politiche ed economiche in Europa. Per questo la SE sostiene in particolare la salvaguardia della governance democratica, garantendo la realizzazione dei diritti umani per tutte le persone, di rispetto e tutela delle minoranze e per il rispetto dello stato di diritto come condizione per negoziare con i paesi candidati all’adesione all’Ue.

La SE chiede una politica di buon vicinato sulla base dell’uguaglianza, in particolare per quanto concerne i paesi della Csi e gli Stati balcanici occidentali.

UN’ EUROPA DEMOCRATICA E PARITARIA

La ricostruzione democratica dell’Europa resta oggi un problema urgente

Tutti gli esseri umani che vivono in Stati membri dell’Ue hanno il diritto di partecipare alla costruzione dell’Unione europea e dei suoi sviluppi futuri. L’Unione europea deve aprire alla partecipazione democratica di tutte le persone, o essa non avrà alcun futuro.

Noi siamo per il rafforzamento dei diritti e delle libertà individuali, nonché per i fondamentali diritti politici e sociali di tutti coloro che vivono dentro l’Ue.

La Carta dei diritti fondamentali deve diventare giuridicamente vincolante e deve essere ulteriormente sviluppata.

Ci impegnamo per una legislazione europea che garantisca alle donne di decidere del proprio corpo, per una libera contraccezione e libero aborto garantito dal sistema sanitario pubblico. Vanno promosse leggi europee contro qualsiasi forma di violenza sulle donne. Risorse materiati sufficienti devono essere garantite per tutte le vittime della violenza.

L’Ue deve garantire e promuovere i diritti delle persone discriminate a causa della loro origine etnica, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere, di religione, ideologia, disabilità, età anagrafica. Chiediamo il rispetto di tutte le minoranze e un’azione coerente di contrasto a razzismo, xenofobia, ultranazionalismo, fascismo, sciovinismo, anticomunismo, omofobia e qualsiasi altra forma di discriminazione. Siamo per un’Europa laica.

L’Europa che vogliamo ha bisogno di una democratizzazione dell’economia. Codeterminazione e diritto di sciopero devono essere garantiti in tutti gli Stati membri.

La Se è per una politica culturale basata sul dialogo interculturale. Va contrastata la liberalizzazione dei servizi culturali. Vogliamo che il dialogo tra le culture diventi un principio di una politica di pace a livello locale ed europeo. Noi sosteniamo la Convenzione dell’Unesco sulla salvaguardia e la promozione delle diversità di espressione culturale.

Chiediamo anche una politica trasparente sui media. L’egemonia culturale e politica è sempre più dipendente dall’economia e dagli interessi militari. L’accesso alla società della comunicazione e informazione è un aspetto essenziale della partecipazione democratica, sia a livello nazionale che europeo. Siamo a favore di strutture democratiche nel servizio pubblico dei medi, per un accesso facile e a basso costo ai moderni media come internet.

E’ necessario invertire il processo di Bologna, impedendo la subordinazione della scuola, dell’università e della ricerca agli interessi delle industrie e del profitto privato.

L’istruzione è un diritto umano. Pertanto, sosteniamo tutti i movimenti degli studenti, genitori, insegnanti in Europa, che si oppongono alla riforma di Bologna, difendendo una istruzione pubblica e libera in ciascun paese.

L’istruzione pubblica deve essere inserita nei principi e valori che definiscono le caratteristiche essenziali della cultura europea. La scuola deve essere. In tutti i paesi membri, un luogo di incontro e di libero confronto tra le culture per una società multiculturale e multi religiosa, per lo viluppo di una educazione alla pace e all’uguaglianza di genere. Allo stesso modo, le università devono essere messe in condizione di sviluppare il loro indispensabile ruolo nella formazione culturale e scientifica fuori dalle logiche di mercato.

Per garantire lo spazio politico a tutti coloro che vivono dentro i confini dell’Ue, al Parlamento europeo deve essere conferita la funzione di iniziativa legislativa.

Le istituzioni dell’Ue (Consiglio, Commissione, Parlamento) devono aprirsi alla partecipazione della società civile, la quale deve avere la possibilità di controllare le loro decisioni.

Vanno messe da parte le misure e disposizioni antiterroristiche a livello Ue. Chiediamo l’abolizione della lista delle cosiddette organizzazioni terroristiche, la quale mette a repentaglio la libertà dei cittadini.

Vogliamo un’Europa aperta e cosmopolita in materia di migrazione. L’Europa non è una fortezza che debba respingere le persone che si trovino in stato di bisogno. E’ necessaria una politica europea sul diritto d’asilo in conformità col la Convenzione di Ginevra.

Pertanto, esprimiamo la nostra contrarietà al vigente sistema Frontex di controllo delle frontiere. Vanno chiusi i centri di detenzione per migranti.

Ci opponiamo alle scelte dell’Ue e dei governi nazionali che impongono meccanismo di “repressione preventiva” e di “deposito preventivo dei dati personali” (trattato Prym). Questi provvedimenti favoriscono gli abusi nei trattamenti dei dati personali da parte della polizia, della magistratura, dei servizi segreti, di aziende private, il tutto col pretesto della difesa della sicurezza pubblica.

Noi, partiti della Sinistra europea, condurremo avanti una campagna nei singoli paesi su questi obiettivi in vista delle elezioni al Parlamento europeo del 2009.

Vogliamo una sinistra e un gruppo parlamentare forte in modo da essere in grado di cambiare l’Europa.

Ogni voto per un candidato della Sinistra europea è un voto per un‘Europa di pace, sociale, ecologica, democratica e femminista, per un Europa della solidarietà.

domenica 30 novembre 2008

Assemblea Sinistra Europea - Berlino 29 novembre


Berlino, 29 nov. (Apcom) -
Riorganizzazione del ruolo della Banca centrale europea, nazionalizzazione dei settori economici chiave, salari e pensioni minime, investimenti nelle energie rinnovabili e dissoluzione della Nato. Sono queste alcune delle principali richieste inserite nella piattaforma programmatica comune con cui i partiti socialisti e comunisti riuniti nella Sinistra europea si presenteranno alle elezioni europee del prossimo anno. Il programma, riassunto in un documento di dieci pagine, è stato approvato oggi nel corso di una conferenza a Berlino cui ha preso parte anche il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, accanto ai rappresentanti della sinistra radicale e d'opposizione europea, dal Partito comunista francese (Pcf) a quello spagnolo (Pce), fino alla tedesca Die Linke. Nella sala del cinema Babylon che ha ospitato l'incontro non si sono fatti però vedere, nonostante la loro presenza fosse annunciata nelle prime bozze del programma, i due volti più noti della rinascita della sinistra alternativa in Europa: il co-presidente della Linke, Oskar Lafontaine, e il capogruppo della Linke al parlamento tedesco, Gregor Gysi.

Questioni di agenda, spiegano i partecipanti alla conferenza, secondo i quali la loro assenza era annunciata da giorni. Lafontaine si trova in Francia per seguire da vicino il congresso di fondazione del "Parti de gauche", una formazione chiaramente ispirata - a partire dal nome - alla "Linkspartei" tedesca. Gysi, invece, era oggi in Assia, dove la Linke ha aperto la sua campagna elettorale in vista delle regionali del prossimo gennaio.

La loro assenza non rappresenta insomma un gesto di sfiducia verso il resto della Sinistra europea, ha spiegato ad Apcom Lothar Bisky, co-presidente della Linke e leader della Sinistra europea. "Si tratta solo di una ragionevole divisione dei compiti: se non fosse andato Lafontaine sarei andato io" in Francia, ha chiarito Bisky. Anzi, ha aggiunto Ferrero, a segnalare l'interesse della Linke verso le altre forze della Sinistra europea c'è il fatto che sabato 6 dicembre Lafontaine sarà a Venezia su invito di Rifondazione comunista, per partecipare a un dibattito sulla crisi economica a cui interverrà anche il segretario della Fiom Gianni Rinaldini.

In conferenza stampa Bisky ha ricordato la novità di una piattaforma elettorale comune della Sinistra europea e ha sottolineato la necessità di "un cambio di rotta a livello politico", in quanto "le promesse del neoliberalismo sono fallite". Dall'attuale crisi economica, gli ha fatto eco Graziella Mascia, vice presidente della Sinistra europea, "bisognerebbe uscire con maggiori diritti per i lavoratori e i cittadini e con un altro modello di sviluppo", mentre "abbiamo l'impressione che qualcuno voglia approfittarne per ridurre ulteriormente i diritti dei lavoratori e addirittura il ruolo e i poteri delle organizzazioni sindacali".

La Sinistra europea, ha proseguito Bisky, è "pro-Europa": "vogliamo sì l'integrazione europea, ma un'integrazione che metta al centro gli interessi della maggioranza delle persone e non quelli dei mercati finanziari e di alcune multinazionali". Bisky ha poi confermato il no della Sinistra europea al Trattato di Lisbona e ai parametri del patto di stabilità e crescita e ha attaccato la Bce: "bisogna cambiare rapidamente la struttura e i compiti della Banca centrale europea", ha spiegato, riassumendo uno dei passaggi della piattaforma comune approvata a Berlino. "Rifiutiamo inoltre ogni allargamento della Nato", ha precisato il co-presidente della Linke e "non vogliamo che l'Europa diventi una fortezza alle sue frontiere".

E non è mancata una frecciata ai socialdemocratici tedeschi della Spd. "Non siamo noi che ci allontaniamo da loro" con questa piattaforma europea, "ma loro da noi", ha chiarito Bisky. Comunque la Linke è disponibile a parlare con la Spd, ma "da una posizione di parità".

Nel suo intervento di fronte ai rappresentanti dei 30 partiti membri e osservatori della Sinistra europea riuniti a Berlino, Ferrero si è soffermato sul rischio che a pagare il conto della crisi economica siano alla fine le fasce più deboli. A margine il segretario del Prc è tornato anche sulle questioni italiane. Alla vigilia dello sciopero del 12 dicembre la Cgil è sotto attacco "perché è il punto vero di opposizione efficace in Italia", ha sostenuto. "L'opposizione parlamentare non fa il suo mestiere di opposizione, noi siamo molto deboli e la Cgil è il vero punto che può obbligare il Governo a cambiare politica", ha concluso Ferrero.

lunedì 24 novembre 2008

Venezuela, Chavez confermato alle regionali


Chavez confermato: le elezioni regionali in Venezuela sono state una nuova ondata di consensi per Hugo Chavez, anche se l'Alleanza Patriotica, guidata proprio dal Partido socialista unido del presidente, ha perso la capitale Caracas e uno stato, passati all’opposizione. Diciassette regioni su 22, comunque, restano saldamente nelle mani dei socialisti.

Il voto di domenica ha chiuso due mesi di campagna elettorale serrata tra l'opposizione “anti-chavista” e i sostenitori del presidente che festeggia in questi giorni i dieci anni al potere. Una boccata d’ossigeno dopo l’amara sconfitta di un anno fa, quando la maggioranza dei venezuelani bocciò la sua proposta di riformare la Costituzione. Ora è probabile che Chavez provi a riproporre la riforma che gli consentirebbe di restare al potere anche dopo il 2013, quando scade il suo mandato.

Tra le prossime urgenze da affrontare per Chavez c’è chiaramente al crisi economica. Il Venezuela sta pagando la discesa in picchiata del prezzo del petrolio, per questo il governo ha chiesto all'Opec un taglio nella produzione complessiva del greggio di un milione di barili al giorno: l'obiettivo è quello di frenare la discesa delle quotazioni, e di far aumentare a Caracas gli introiti provenienti dall'export di petrolio e gas naturale.

www.unita.it

11 Settembre 1973

Tutti a Roma !

Tutti a Roma !

VII Congresso Prc

Al prossimo congresso del Prc sosterrò il documento 3 :
" Dall’appello di Firenze alla mozione dei 100 Circoli :

RIFONDARE UN PARTITO COMUNISTA
PER RILANCIARE LA SINISTRA,
L’OPPOSIZIONE E IL CONFLITTO SOCIALE
"


http://www.appelloprc.org/